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Questa sezione
è dedicata alle notizie che appaiono poco sui circuiti
soliti della stampa, sono raccolte da varie fonti da parte dei
membri dell'associazione Mozambico Onlus e messe a disposizione
cosi come sono senza modifiche o commenti, buona lettura.
Aids:
Fao, Virus Affama Mozambico Per Agricoltura In Crisi
Roma, 24 ago. (Adnkronos Salute) - L'Aids sta affamando il Mozambico.
La malattia indebolisce e impoverisce i contadini, l'agricoltura
è in crisi, la produzione in drammatico calo. E' l'allarme
lanciato dalla Fao, sulla base di uno studio che documenta la
perdita di numerose varietà di grano, tuberi, legumi e
verdure a causa di inondazioni e periodi di siccità, ma
anche della diffusione del virus. Nelle fattorie si fanno i conti
con l'epidemia di Aids. Secondo l'indagine condotta nelle zone
rurali del Mozambico, il 45% degli agricoltori colpiti dalla malattia
ha ridotto l'area coltivabile, il 60% ha diminuito il numero di
raccolti. ''Lo studio documenta - sottolinea Marcela Villareal,
esperta della Fao - le condizioni allarmanti che affliggono milioni
di contadini nelle aree più povere. Il problema non riguarda
solo il Mozambico, ma anche i Paesi dell'Africa meridionale e
orientale, colpiti dall'Aids". La gran parte degli agricoltori
è abituata a usare sementi che loro stessi producono per
far crescere i raccolti. Un'usanza che rischia l'estinzione perché
i contadini, prostrati dalla malattia, non riescono più
a lavorare, ne' sono in grado di trasmettere le conoscenze a figli
e nipoti. In Mozambico, che conta 18 milioni di abitanti, oltre
1,3 milioni di persone sono sieropositive o malate di Aids. Entro
il 2020, avverte la Fao, il Paese perderà più' del
20% della forza lavoro nei campi. (Red-Mad/Adnkronos Salute)
SE
LA SORTE DEI VIP PREVALE SULL'AGONIA DEI POVERI
L'Apocalisse scrutata con gli occhi dell'Occidente
Di fronte alla tragedia che si è consumata riaffiora la
tacita divisione tra "noi", i garantiti del mondo ricco
e vacanziero,e "loro", i poveracci per i quali la furia
degli
eventi assomiglia a qualcosa di ineluttabile
Marina Corradi
Vado nello Sri Lanka, dice la signora milanese intervistata a
Malpensa, parto lo stesso, "tanto il mio albergo è
al sicuro. Il maremoto avrà spazzato via le casette di
pescatori, per noi non ci sono pericoli". E parte anche il
ragazzo che ha già messo la collana di denti di squalo,
quella da spiaggia: "Il mio hotel m'han detto che è
a posto, i soldi li ho già tirati fuori..." E maremoto
o no, gli brillano gli occhi: in Thailandia, finalmente. Mentre
abbondano notizie rassicuranti sulla sorte di vip in vacanza negli
atolli più esclusivi: stanno tutti bene, per fortuna, anzi
fanno sapere che non è successo quasi niente, e che proseguiranno
tranquillamente le ferie.
L'apocalisse guardata con gli occhi dell'Occidente. Nemmeno ventiquattromila
morti bastano a cambiare questo sguardo che oppone tacitamente,
come cosa ovvia, due mondi: loro e noi. ("Non c'è
alcun pericolo per noi", come dice la signora a Malpensa)
Le case dei pescatori ingoiate, ben saldi gli hotel a cinque stelle,
è normale. E se questo maremoto fa tanto rumore, non è
perchè il giorno dopo Natale c'erano tra la Thailandia
e le Maldive decine di migliaia di "noi"? Umano e naturale,
certamente, tuttavia nelle cronache la pur legittima ansia di
chi ha investito migliaia di euro per una vacanza familiare al
sole, e ora non sa dove andare perchè il suo atollo è
sommerso, toglie il posto alle voci di centinaia di operatori
presenti nelle zone più devastate, e non tutti irraggiungibili
telefonicamente. Gente che ha sotto gli occhi la tragedia di 24
mila morti, di villaggi e città distrutte e lontane da
ogni soccorso. Ma l'Occidente s'è abituato da tempo a vedere
solo ciò che è vicino: come si fa a farsi risarcire
i biglietti? E stanno bene, i vip alle Maldive?
Del resto, lo sanno tutti, è appunto quella tacita divisione
, per cui una cosa siamo "noi", e una "loro".
Le apocalissi frequentano volentieri il "loro" mondo,
splendido, selvaggio ma anche non domato e feroce. Terremoti e
inondazioni mietono normalme nte migliaia, decine di migliaia
di vittime. È una natura spaventosa quella del "loro"
mondo, che falcia come una calamità biblica le loro baracche
di fango, le loro favelas di cartone. Alle nostre case di cemento
armato non succederebbe quasi niente. Che imparino a costruirsi
case come si deve. Che si civilizzino.
C'è una foto che ieri era sulle prime pagine di tutti i
giornali del mondo. La foto di una ragazza dai tratti orientali,
un attimo prima che la grande onda la inghiottisse. La ragazza
ha la bocca spalancata in quello che pare un urlo muto, come accade
negli incubi, quando il terrore soffoca la voce. Quella faccia
tra le onde sembra "L'urlo" di Edvard Munch. Una delle
più potenti espressioni mai date alla angoscia. La angoscia
antica, millenaria di popoli da sempre esposti, sempre in attesa
della grande furia dell'acqua, della terra, del fuoco. Contro
cui non conoscono difesa. Nemmeno ora che si lavora per i turisti
in lussuosi hotel a cinque stelle, facendo di tutto, vendendo
di tutto - a volte anche i figli. I villaggi, le case, come dice
la signora milanese, sono sempre quelle, buoni per essere spazzati
via. Gli Hilton, ovunque, rimangono sempre in piedi. Ci sgomenta
quest'apocalisse che nel suo gorgo orrendo ha preso dentro centinaia
di garantiti, assicurati, nati in solide case; centinaia di "noi".
È muto l'urlo degli altri 24 mila, come la ragazza in quella
foto, un attimo prima.
Compressa unica per i mercati deboli Sì di tre colossi
R.Cas.
Un accordo tra le principali case farmaceutiche, sponsorizzato
dal governo statunitense, permetterà di avere a disposizione
farmaci a dosi fisse per i pazienti dei Paesi in via di sviluppo.
L'annuncio è stato dato a Ginevra in occasione dell'assemblea
generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)
e riguarda Bristol-Myers Squibb, Gilead e Merck. Attualmente le
tre aziende producono una serie di farmaci che vengono usati per
una terapia combinata: l'accordo porterà invece alla produzione
di un'unica compressa da somministrare una sola volta al giorno,
con evidenti benefici sia per i costi sia per le modalità
di somministrazione. L'accordo viene facilitato dall'impegno del
governo degli Usa a garantire una corsia preferenziale per il
processo di verifica del nuovo farmaco a dose fissa. Inoltre,
le aziende farmaceutiche coinvolte stanno studiando la possibilità
di vendere insieme i tre prodotti attualmente in commercio come
soluzione transitoria in attesa del nuovo farmaco a dose fissa
. ()
Domenica 13
giugno 2004
IL FLAGELLO DELL'AFRICA
Aids, il G8
punta sul vaccino "Ma servono
strutture e idee"
Di fronte
all'impatto devastante della malattia, da Sea Island l'impegno
degli otto Grandi a finanziare un consorzio mondiale per la ricerca,
molte promesse del passato sono però rimaste soltanto sulla
carta
Di Riccardo
Cascioli
Il G8 di Sea
Island è tornato a occuparsi del flagello Aids, che sta
mettendo in ginocchio l'intera Africa e minaccia di colpire pesantemente
anche altri Paesi, dalla Russia all'India. Nel Continente nero
le vittime nel 2003 sono state oltre 3 milioni, i malati 25 milioni
e le conseguenze sulla società e l'economia (dall'aumento
degli orfani alla mancanza di manodopera) devastanti. Gli otto
Grandi hanno promesso la creazione di un consorzio mondiale per
lo studio di un vaccino contro l'Hiv. Si punta a costituire una
rete di cliniche e a finanziare la ricerca. Giova però
rammentare che altre iniziative anti-Aids annunciate dal G8 in
passato sono poi rimaste sulla carta.
"Sui farmaci anti-Aids si stanno facendo importanti passi
in avanti, ma dobbiamo fare attenzione che il problema dell'Aids
non si riduca soltanto a un fatto terapeutico". Ad affermarlo
è Giuliano Rizzardini, primario di malattie infettive all'ospedale
di Busto Arsizio, per molti anni in prima linea nella battaglia
contro l'Aids in Uganda, Paese dove torna periodicamente per seguire
un progetto dell'Istituto Superiore della Sanità. Rizzardini
ha anche partecipato all'Assemblea Generale dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità (Oms) a Ginevra come membro della
delegazione della Santa Sede.
Dottor Rizzardini, in questi mesi tutto il dibattito sull'Aids
è stato centrato sulla mancanza di disponibilità
di farmaci a basso prezzo per i Paesi in via di sviluppo.
Il discorso sui farmaci è molto importante. Ad esempio,
proprio a Ginevra è stato presentato un nuovo accordo tra
case farmaceutiche per creare dosi fisse e rendere più
semplice ed economica la somministrazione. E questo va bene. Ma
sarebbe un grave errore ridurre la lotta all'Aids a questo aspetto,
perché in Paesi poveri come in Africa si possono avere
anche i farmaci, ma mancano totalmente le strutture e le capacità
per distribuire e controllare la somministrazione di questi farmaci.
Come può un malato seguire una terapia quando l'ospedale
più vicino è a 20 chilometri?
Allora il problema più grave è la mancanza di infrastrutture?
Non solo, ciò che dimostra di essere maggiormente efficace
nella lotta all'Aids è la prevenzione.
Quando si parla di prevenzione in genere si intende preservativo.
Io invece intendo parlare di recupero del valore della famiglia,
e più in generale di educazione, perché anche i
farmaci hanno effetto solo all'interno di un contesto educativo.
Questa è l'esperienza dell'Uganda, l'unico Paese dove il
tasso di nuove infezioni da Hiv sia in discesa. Del resto anche
una recente ricerca dell'Harvard's Center for Population and Development
Studies dimostra che dopo venti anni di pandemia non c'è
alcuna prova che più preservativi portino a meno Aids.
Allora qual è il segreto dell'Uganda?
Hanno certamente contribuito diversi fattori, ma è stato
determinante l'approccio voluto dal presidente Museveni, che contrariamente
ad altri leader africani, ha immediatamente riconosciuto il problema
e ha puntato tutto sull'educazione dando credito a chi già
lavorava in questo campo, a partire dalle organizzazioni legate
alle Chiese. Lo stesso Museveni nel 1992 disse al Congresso mondiale
sull'Aids che "la miglior risposta alla minaccia dell'Aids
è riaffermare pubblicamente e chiaramente il rispetto che
ogni persona deve al suo prossimo. Dobbiamo educare i giovani
alle virtù dell'astinenza, dell'autocontrollo e del sacrificio
che richiede innanzitutto il rispetto per gli altri". Promuovendo
l'astinenza e la fedeltà coniugale, il governo ugandese
ha ridotto del 65% i rapporti sessuali "casuali", con
una riduzione della prevalenza Hiv del 75% tra i giovani di età
compresa tra i 15 e i 19 anni, del 60% tra i 20 e i 24 e del 54%
nel complesso. Se a tutto questo si aggiunge la disponibilità
di farmaci, allora la lotta all'Aids può raggiungere risultati
importanti.
Lei però accennava ai problemi della distribuzione e somministrazione
dei farmaci.
C'è una concezione in Occidente per cui si mandano i farmaci
e tutto si risolve. Invece non è così. Le terapie
farmacologiche funzionano se sono all'interno di un contesto educativo,
che come condizione ha la presenza. È per questo che, ad
esempio, la rete dei missionari coglie successi anche dal punto
di vista sanitario. Se ne è accorta anche l'Unaids, l'agenzia
dell'Onu che si occupa di Aids, che per questo invita i suoi rappresentanti
a cercare la collaborazione della Chiesa (vedi box a fianco).
Ma se le strutture sanitarie comunque non ci sono, come si fa?
Se uno è presente, i modi si trovano. I missionari ad esempio
si sono inventati i dispensari. Ma si può pensare anche
alle strategie usate per combattere la tubercolosi, che necessita
della somministrazione diretta del farmaco: in questo caso si
sono creati degli "educatori sanitari" di villaggio,
usando la struttura sociale tradizionale in Africa. Ma il punto
è che si possono proporre tali soluzioni, si possono creare
strumenti nuovi solo se si è presenti, se ci si fa rispettare
per il proprio lavoro.
CRONACHE
Una nube tossica provocò una catastrofe: decine di migliaia
di morti
Bhopal vent'anni dopo. 555 dollari per il silenzio
I sopravvissuti aspettano i soldi della Union Carbide. In cambio
l'impegno di smettere di protestare
DAL NOSTRO INVIATO
BHOPAL -La
tosse: per Arman, Raju e Ajju, che hanno 20 anni nel 2004, è
la colonna sonora della loro vita. La tosse dei loro padri, delle
madri, dei fratelli, delle sorelle, e dei vicini, oltre le sottili
tramezze. Notte e giorno, estate e inverno, le pareti nude di
casa riecheggiano i colpi di tosse. Non arriva e non arriverà
mai quello liberatorio, quello che riuscirà a espellere
il male dai bronchi sconquassati. Sopravvivere alla catastrofe
chimica del 3 dicembre 1984 non è stato un grande affare:
240 mesi di tosse e fame e, adesso, 555 dollari e 55 centesimi
a testa per smettere di protestare. Per lasciar finalmente sbiadire
sui muri la scritta "Hang Anderson", impiccate Anderson,
rinfrescata ancora ieri e riferita a Warren, l'ex amministratore
delegato della Union Carbide, la fabbrica americana di pesticidi
che ha trasformato una delle più belle e secolari città
dell'India centrale in un assordante lazzaretto di tisici inguaribili.
Venticinquemila rupie per smettere di lamentare cecità,
nausee, vomiti e fitte al petto. Per lasciare che il mondo dimentichi
il nome di Bhopal e le cifre mai precisate della strage.
Tra i sedicimila e i trentamila morti, mezzo milione di superstiti
malconci, 150 mila coi polmoni sfiniti e gli occhi cauterizzati
dalla grande ustione chimica. E nessun processo per stabilire
come sia accaduto.
Arman, Raju e Ajju, classe 1984 come la fuga di 40 tonnellate
di gas, sono amici d'infanzia, cresciuti insieme nelle strade
di terra battuta e pozzanghere di Congress Nagar, il quartiere
musulmano a sud del vecchio stabilimento. Il destino loro e del
vicinato quella notte tra il 2 e il 3 dicembre fu deciso dal vento
che inseguì i fuggitivi verso meridione, con la sua nube
carica di isocianato di metile, lo sterminatore di parassiti campestri,
implacabile ingrediente di una miscela brevettata dalla Union
Carbide col marchio "Sevin".
L'efficacia collaudata sugli insetti nei laboratori della Virginia
occidentale diventò evidente, senza microscopio, ingigantita
a misura d'uomo in India. Non erano cocciniglie e pidocchi a contorcersi
nell'erba e nell'asfissia. Donne, uomini, bambini soffocavano
nel loro sangue e nel loro vomito, bruciavano senza fuoco. Minuti,
ore, giorni, mesi, anni: l'agonia si rivelò di proporzioni
variabili. Proprio quanto le stime del disastro, delle conseguenze
e delle responsabilità. E dell'impennata di tumori.
Vent'anni di congetture, che ad Arman, Raju e Ajju non interessano
granché: vogliono solamente 555 dollari e spiccioli ciascuno,
al più presto. "Perché senza quei soldi non
possiamo far nulla" dice Arman, il più loquace del
terzetto, accovacciato sul pavimento di casa accanto al padre,
Feroz, venditore di farina, che dorme avvolto in una vecchia coperta.
Per i loro 1.666 dollari e rotti, i tre ragazzi hanno piani precisi
e comuni: "Prima cure mediche private e poi il business".
Il business? "Sì, un negozio. O un'altra attività,
che ci permetta di farci anche una famiglia". Con una ragazza
di Bhopal? "Quelle di fuori sono più sane - parla
chiaro Arman, con un guizzo astuto negli occhi -. Molte ragazze
qui invecchiano senza un marito. A meno che siano molto belle
e molto ricche".
I tre amici
riscuoteranno probabilmente i loro soldi prima di compiere i 21
anni, e da quel momento nulla potranno più pretendere o
rivendicare per la loro infanzia bruciata e la loro adolescenza
rubata al calcio, al cricket, alla scuola: "Siamo cresciuti
analfabeti e deboli" apre bocca finalmente il timido Raju.
Il quotidiano locale, Sandhya Prakash , pubblica l'elenco dei
convocati il giorno dopo in tribunale, per la distribuzione degli
assegni di risarcimento: le vendite sono triplicate, come il prezzo
del giornale, da due a sei rupie. Dieci centesimi di euro ben
spesi per quanti scopriranno di poter incassare, vent'anni dopo,
il corrispettivo della loro salute. O dei loro morti: fino a un
massimo di 100 mila rupie, 2.222 dollari e 22 centesimi, per un
genitore o un figlio perduti. E' la somma riconosciuta a 3.017
vittime. Respinte altre 12 mila richieste.
Non sono pochi soldi, ma si dissolvono subito nelle mani inesperte
dei poveri, se arrivano a destinazione. E' già successo
con la prima rata, anticipata dal governo indiano tra il 1991
e il '96: "Molti si sono comprati il televisore o sono stati
spogliati dagli avvocati" racconta Rachna Dhinagra, portavoce
della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal. Ora che la
Corte Suprema indiana ha sbloccato i 327 milioni di dollari depositati
dalla Union Carbide per 566 mila vittime, si cerca di scongiurare
lo sperpero: "Stiamo organizzando gruppi di assistenza finanziaria
- annuncia Rachna -, suggeriamo di investire in azioni delle Poste
indiane, che rendono il 9 per cento, o di costruire una casa con
pannelli a energia solare".
Nata 26 anni fa a Delhi e cresciuta per 21 a Detroit, Rachna ha
abbandonato una carriera di consulente informatica in un'azienda
americana quando ha scoperto che la sua prima cliente sarebbe
stata la Dow Chemicals, il colosso che aveva assorbito la Union
Carbide. E' tornata in India e ora lavora alla Sambhavna Gynecological
Clinic for Survivors, il Day hospital fondato dallo scrittore
Dominique Lapierre con i diritti d'autore dei suoi successi: "La
città della gioia", "I mille soli" e, naturalmente,
"Mezzanotte e cinque a Bhopal".
Lapierre è arrivato ieri sera, trionfalmente accolto dall'armata
di superstiti e attivisti. Le portabandiera sono due cinquantenni,
Rashida Bee e Champa Devi Shukla, che hanno brandito minacciosamente
le loro scope sotto le sedi della Dow Chemical di mezzo mondo,
finché non hanno spuntato i risarcimenti. Contente? "No,
vogliamo che i dirigenti della Dow vengano qui, in ginocchio -
risponde Rashida -. Ci riusciremo. Devono ripulire la fabbrica
abbandonata". Le scorie tossiche sono filtrate nel sottosuolo,
hanno raggiunto la falda freatica, che disseta 14 comunità
nel raggio di due chilometri: "Ventimila persone si stanno
avvelenando giorno dopo giorno", Rachna cita analisi e studi
concordi. La battaglia legale continua, come la tosse, come la
contaminazione, come le marce e gli scioperi della fame. Perché
continua a uccidere anche il killer, evaso a mezzanotte e cinque
del 3 dicembre 1984, da un sistema di sicurezza governato al risparmio.
Un killer che, da vent'anni, non fa differenza fra uomini e pidocchi.
Elisabetta
Rosaspina
EMERGENZA
SANITARIA
Secondo un dossier diffuso dal Pime su 40 milioni di sieropositivi
25 sono nel Continente nero. E oggi la lotta è sia contro
la diffusione del virus sia contro i pregiudizi
Africa, l'Aids uccide ma non è invincibile
Intere nazioni sono falcidiate dall'Hiv. Ma in diversi Paesi il
lavoro di prevenzione e di cura ora dà buoni frutti
Di Paolo M. Alfieri
Una strage di proporzioni immani, che avanza implacabile e silenziosa.
Una strage che non fa rumore né notizia, perché
chi ne è vittima non ha voce o è troppo distante
per farsi ascoltare. Eppure un briciolo di speranza fa breccia
nel mare di numeri, ancora terribili, che s'impongono quando si
parla di Aids. Su 40 milioni di sieropositivi nel mondo, più
di 25 si trovano in Africa, su 3 milioni di morti di Hiv 2,2 sono
africani. Qui ogni 14 secondi un bambino resta orfano a causa
dell'Aids: nel 2010 saranno 25 milioni. E per loro la sorte è
già segnata, anche nel caso in cui siano negativi all'Hiv.
Giorno dopo giorno, l'Aids si sta portando via un pezzo del Continente
Nero.
Sono numeri, quelli emersi ieri a Milano durante un convegno organizzato
dal Pime, che inchiodano la comunità internazionale alle
proprie, ineludibili, responsabilità. Sono volti e storie
davanti ai quali non agire equivale a sottrarsi al dovere morale
imposto dal senso di solidarietà, di fratellanza tra i
popoli, di aiuto per il prossimo.
Servono campagne di sensibilizzazione e pratiche sanitarie sicure.
Serve, soprattutto, combattere la povertà, perché
il legame tra miseria e sviluppo dell'epidemia è, purtroppo,
forte e luttuoso. L'Aids genera povertà perché falcidia
la forza-lavoro di Paesi in via di sviluppo.
E perché i farmaci anti-retrovirali, in un continente in
cui milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno,
sono ancora troppo costosi. Così anche l'Aids, in Africa,
è inevitabilmente un business dal quale trarre profitti,
e la povertà che ne deriva è, a sua volta un fattore
determinante nell'espansione dell'epidemia. Redditi bassi o irregolari
si accompagnano infatti a ragazze e bambini costretti a prostituirsi
per pochi spiccioli, esposti in maniera letale al contagio da
Hiv. E poi le inibizioni ancestrali, i pregiudizi, con cui si
trovano a lottare tutte le associazioni religiose e laiche che
operano nel continente nero. Difficile, ad esempio, informare
gli af ricani delle conseguenze connesse ai rapporti sessuali
a rischio, se i loro stessi governi hanno negato per anni la causalità
diretta tra l'Hiv e l'Aids. Come nello Zambia, o in Sudafrica,
dove nella maggior parte dei casi i decessi dei sieropositivi
vengono catalogati tra le morti dovute a tubercolosi e polmoniti,
in un Paese dove una persona su nove è affetto dall'Hiv.
Per questo hanno fatto fragore, due mesi fa, le parole di Nelson
Mandela. Commosso, certo, ma forte nel rivelare al mondo che suo
figlio Makgatho era morto proprio di Aids. Che non è invincibile,
né necessariamente fatale. Lo dimostrano i successi delle
terapie di prevenzione dirette alle donne in stato di gravidanza,
grazie alle quali è stato possibile ridurre dal 25 all'8%
la trasmissione del virus da madre a figlio. Lo dimostra il caso
dell'Uganda, dove oramai da un decennio a questa parte le cure
e le campagne di prevenzione sono riuscite a far calare, lentamente
ma in modo costante, il tasso di infezione dell'Hiv dal 16 al
6% della popolazione.
"Per l'Africa servono rispetto e solidarietà",
ha dichiarato nei giorni scorsi Tony Blair. La Commissione per
l'Africa sponsorizzata dallo stesso premier britannico ha calcolato
una spesa pari a 2 miliardi di dollari per i programmi di cura
e prevenzione diretti in particolare ai bambini. Ancora una goccia,
certo, ma comunque un primo segnale di un impegno nuovo per il
futuro di un intero continente.
ESTERI
In Malawi un sieropositivo ogni dieci abitanti
Tra gli orfani nel Paese dell'Aids
Niente letti negli ospedali, i bambini curati a terra
DAL NOSTRO
INVIATO
BLANTYRE (Malawi)- La strada che va alla chiesa ha molte buche
ma almeno
gode, con solo altri 5.254 chilometri in Malawi, di un velo di
asfalto, il
resto del Paese africano è percorso da una ragnatela di
28.400 chilometri di
rossi sentieri, infidi in questa stagione di pioggia. I veicoli
corrono
irrequieti, ma il vero traffico si svolge lento sulla mulattiera.
A piedi
nudi, zuppi per gli acquazzoni, tenuti per mano dalle sorelle
maggiori che
guardano preoccupate i camioncini carichi di braccianti, i bambini
vanno a
messa. Hanno l'abito della festa, tele lise con i cuoricini, colletti
lavati
in capanne di fango e rami senza acqua, rammendati dalla nonna,
pur di non
sfigurare. Qualcuno sfoggia sandaletti infradito da spiaggia rovinati
dai
sassi, pochi scarpe blu da bambina.
Blantyre,
una madre con un bimbo "Sono orfani, come loro ce n'è almeno un milione in
un Paese che conta
undici milioni di abitanti, la metà sotto i 15 anni",
spiega Aida Girma,
bellissima rappresentante dell'Onu in Malawi. E' l'Aids a disperdere
le
famiglie, i "mudzi", gli antichi villaggi, i "madambo",
le comunità sorte
lungo i corsi d'acqua, a sterminare le città e a mettere
a rischio il Paese,
tra i più poveri del pianeta. Bizwick Mwale, direttore
del Nac, Commissione
Nazionale Aids, guarda fuori dal suo ufficio, un cubo di vetro
che domina
prepotente la piana dove i mezzadri si spezzano la schiena zappando
e all'
orizzonte non c'è un trattore: "Piove. Tempo da Scozia,
mi ricorda gli studi
di medicina al college di St. Andrew's, dove hanno inventato il
golf. Sono
stati i missionari scozzesi a battezzare Blantyre in onore della
città
natale del dottor Livingstone, il famoso esploratore. Qui giocano
in pochi,
si fatica a mangiare. I numeri dell'epidemia Aids? 40 milioni
di infetti nel
mondo, in Africa 28 milioni, due milioni e 300.000 morti nel 2003,
di cui
87.000 in Malawi. Abbiamo 900.000 sieropositivi, uno su dieci
cittadini".E' giovane
il dottor Mwale, ma non ha più voglia di sorridere.
Secondo Aida Girma gli orfani in strada "potrebbero essere
fino a un milione
e mezzo" e il loro destino è segnato. Se il padre
muore di Aids, la madre,
per costume tribale, va in dote al cognato. Il contagio cambia
di letto e
passa alla cognata, ma lo zio- padre adottivo non paga più
l'euro all'anno
dovuto per la scuola. Agli orfani resta la fatica dei campi, il
tabacco
verdissimo, la candida tapioca, il mais dolce, le patate saporite,
le noci
aromatiche, le capre da pascolare. Se la famiglia è generosa
e non li ritira
dalle aule poco cambia. C'è un banco ogni sei scolari,
un maestro ogni 80
bambini: "I professori muoiono in fretta, non riusciamo a
diplomarne di
nuovi - dice corrugando la fronte il ministro della Sanità
Hetherwick Ntaba,
chirurgo costretto a fronteggiare il male senza risorse -: a scuola
spesso
si canta un inno e basta, i bambini si arrampicano sugli alberi.
Al
ministero vediamo le scrivanie svuotarsi, in un mese scompaiono
anche 30
funzionari. Muore un esperto di acque potabili e lo rimpiazziamo
con uno
studentino. Pochi giorni e scompare anche lui".Gli orfani
che vanno in chiesa in fila non hanno perso il sorriso, giocano
a
saltare le tombe, finto marmo, un cippo a piramide, la cornice
laterale, la
lastra di copertura. Le vedete una dopo l'altra, la donna che
vende banane
perché l'orto non le basta per i troppi bambini e spera
di pagare la tassa
scolastica e le medicine le affianca umile, l'ambulante con i
caricatori per
i cellulari (135.000 contro 85.000 telefoni fissi) le guarda assorto,
il
ragazzo che allinea il "matemba", pesciolini seccati
e impolverati di
sabbia, tenta di ignorarle. I bambini, come in un'allegra Totentanze
, la
danza della morte medievale, le scavalcano a piè pari,
ridono e vanno.
L'Aids miete 238 morti al giorno, senza che la malaria ceda il
record
macabro di maggiore killer del Paese. Dieci anni fa in Malawi
si viveva in
media fino a 48 anni, oggi ci si aspetta di vivere solo 37 anni,
poco più
degli schiavi in America ai tempi delle piantagioni. Possibile
però che la
tragedia porti a seppellire i morti ai lati della strada più
battuta? No, i
sepolcri sono vuoti, in vendita. La via per la chiesa è
un supermarket all'
aperto, dove i parenti dei defunti contrattano in fretta un cippo
e
provvedono alla sepoltura. Don Mario, energico sacerdote di origine
bergamasca, conferma: "Ho una cooperativa di 600 ragazzi,
qui nessuno ha
lavoro, sono poco più che bambini, li tengo occupati. Ci
siamo messi a
costruire bare per caso, e subito è stato un boom".Quando l'asfalto
finisce e la pista in argilla rossa si allaga d'acqua, solo
i bambini restano a offrire una minuscola arca di Noè intagliata
in legno,
un ciottolo lucente, un cestino intrecciato, non vogliono passare,
orgogliosi, per mendicanti, chiedono la carità ma in cambio
di qualcosa. I
venditori di legna, un quintale di tronchi assicurati all'esile
telaio della
bici, li superano attenti a non ribaltarsi nella foresta. Il compito
del
ministro Ntaba è precario come il loro equilibrio. Oggi
sono in cura in
Malawi 8.000 malati di Aids, appena 50.000 in tutta l'Africa,
l'Onu ne
vorrebbe 3 milioni. La Comunità di Sant'Egidio, forte dei
successi ottenuti
nel vicino Mozambico, ne cura da sola 600 e prepara ambiziosi
progetti
futuri. Save the Children provvede agli orfani con 63 scuole e
si appresta a
far di più. Médecine sans Frontières ha un
ospedale a Thiolo, 25 chilometri
a sud di Blantyre: "Le mamme arrivano, muoiono, si lasciano
dietro gli
orfani".
I 78 ospedali
sono scantinati con i letti di metallo rovinato dall'umidità,
malati terminali contesi da Aids, tubercolosi e malaria, denutriti
cronici.
Salvare le loro vite costa 2.500 "kwacha" in moneta
locale, 32 euro a testa,
la metà di un paio di jeans. Ma un uomo su due, e due donne
su tre sono
analfabeti, incapaci di seguire le istruzioni. I malati al Lighthouse,
l'
ospedale di Lilongwe, capitale del Malawi, interrompono la terapia,
ricadono
e si riducono a scheletri (Sant'Egidio ha record perfetti, seguendo
ogni
ammalato a vista). All'ospedale di Kasungu 400 malati si contendono
179
letti. Nel reparto pediatria, 101 bambini hanno a disposizione
13 letti, il
resto sono sacchi in terra. Il morbo ha massacrato medici e infermieri,
chi
può emigra in Inghilterra. Un infermiere bada a 60 malati,
salario mensile
10 euro. Un anziano prelato cattolico confida amareggiato: "Ho
visto
ordinare dodici preti e già dieci sono morti di Aids".
Che fare? Lester
Namatakha, direttore del programma bambini di Save the Children,
parla di "adottare a distanza le comunità, il mondo sviluppato
deve capire che non si
salvano i bambini uno per uno, occorre battere povertà,
ignoranza, epidemia
nei villaggi".Adesso la
processione dei bambini è quasi arrivata alla chiesa, alcuni
indosseranno la cotta viola con colletto bianco da chierichetto,
le bambine
con i grembiulini umidi siederanno a destra dell'altare. La strada
è
insidiosa, "molte tribù credono che facendo l'amore
con una vergine il
"sangue veloce" delle ragazze guarisca dal contagio
che il "sangue lento"
delle donne diffonde: in Malawi e in Sud Africa questa atroce
leggenda porta
allo stupro di tante bambine. E la violenza è consumata
anche in famiglia,
nel silenzio", racconta il dottor Mwale, fissando il cocktail
di gazosa
colorata di zenzero. Quando la povertà rapisce le adolescenti
dalla strada
della chiesa, l'appuntamento è al bar Panorama, fuori Blantyre.
Un bar ben
fornito, le casse con la musica reggae, ogni ragazza costa 750
kwacha con il
profilattico, 1.500 senza, allo stesso prezzo i bambini vendono
l'Arca di
Noè in legno con le coppie di animali intagliati.E' ancora
possibile salvare il Malawi dal diluvio Aids. Il metodo "ABC"
(Astinenza, Basta un solo partner, Contraccettivi anticontagio)
ha portato l
'Uganda dal 18% di casi al 6%, con l'alleanza di chiese, moschee
e volontari
laici. L'Inghilterra ha stanziato la scorsa settimana 100 milioni
di dollari
per reclutare nuovo personale sanitario, il ministro Ntabe sogna
ora di
curare 80.000 pazienti. Richard Feachem, direttore del Fondo Globale
per l'
Aids, non ha dubbi: "Il Malawi è il Paese chiave nella
lotta mondiale all'
Aids, se lo fermiamo qui, tutta l'Africa reagirà".
Ignari di essere in prima linea, i bambini della chiesa offrono
diligenti il
loro nichelino alla cassetta di latta delle offerte. La predica
è in
chichewa , l'antica lingua indigena, e non capisco nulla, ma mi
piace
pensare che parli dell'obolo della vedova del Vangelo, che come
i miei
piccoli vicini di panca offre il poco che ha ed è dunque
cara al Cielo.Gianni Riotta
FARMACI
CONTRO HIV ANCHE PER COMBATTERE MALARIA
(ANSA) SYDNEY, 11 NOV I farmaci retrovirali usati per trattare
l'Hiv/Aids si sono dimostrati efficaci anche contro il letale
parassita della malaria, di cui e' portatrice la zanzara anofele.
Un'equipe di scienziati dell'Istituto di ricerca medica del Queensland,
in Australia, ha scoperto un legame fra i farmaci, che agiscono
su un particolare recettore sulla superficie delle cellule umane,
ed il parassita, un protozoo del genere Plasmodium.
''Ci siamo accorti che parassiti della malaria si attaccano allo
stesso recettore, e che quindi i retrovirali possono avere un
effetto diretto contro la loro crescita'', ha dichiarato Kathy
Andrews, che guida la ricerca. E gli esperimenti condotti in vitro
su topi di laboratorio lo hanno confermato: tre dei farmaci inibitori
dell'Hiv hanno bloccato la diffusione dei parassiti della malaria.
La scoperta si dimostrera' particolarmente utile nell'Africa sub-sahariana,
dove sono molto alti i tassi di infezione sia di Hiv che di malaria.
''Il problema della coinfezione diventa sempre piu' evidente con
il tempo afferma la studiosa al punto che non possiamo piu' guardare
ad una particolare infezione come entita' isolata''.
L'Hiv/Aids uccide circa tre milioni di persone nel mondo ogni
anno, mentre la malaria fa ammalare gravemente piu' di 300 milioni,
causando circa un milione di morti. I medici sono alla ricerca
disperata di nuove maniere per prevenire e trattare la malaria,
dopo che i suoi parassiti hanno cominciare a sviluppare resistenza
a farmaci correnti.
''La buona notizia e' che i retrovirali sono gia' approvati dalle
autorita' sanitarie ed in uso corrente, quindi non ci vorra' molto
prima di poter sperimentare sull'uomo la loro efficacia contro
la malaria'', spiega Andrews. Dato pero' che i farmaci contro
l'Hiv causano effetti collaterali significativi, il passo successivo
sara' di disegnare un nuovo farmaco, dalla stessa categoria di
retrovirali, per combattere solamente la malaria. (ANSA).
"CON
L'ISLAM SIAMO ALLA RESA DEI CONTI"
Politica e
Chiesa hanno abdicato: in Europa lo scontro è vicino
di Renato Farina (da Libero di Domenica 21 Novembre 2004)
L'omicidio
rituale di Theo Van Gogh, sgozzato nel centro di Amsterdam.
L'orrore ha
generato risposte diverse.
Ce n'è stata una civile, e questo nostro dialogo vorrebbe
situarsi a
questo livello.
Ma c'è stata anche la reazione di chi nel Nord Europa ha
assaltato le moschee.
Ne ho tratto questa convinzione.
Il fronte è l'Iraq. Ma la prima linea di lungo periodo
è
l'Europa, casa nostra. Sei d'accordo, Magdi?
"D'accordo, d'accordissimo.
Siamo però in pochi a rendercene conto.
La reazione più grave di tutte
è la sottovalutazione di questi fatti ad opera della politica
e degli intellettuali.
Anche le autorità
della Chiesa, spesso non capiscono. . .".
(Magdi
Allam è tra i massimi esperti al mondo di fondamentalismo
islamico e di terrorismo della
stessa pasta. Preferisce però si dica di lui: conosce e
ama l'Islam, sua madre riposa in un cimitero
musulmano; è italiano, si riconosce da islamico nella cultura
occidentale e dunque cristiana.
Scrive
per il Corriere della Sera, dove è stato fortemente voluto
dal direttore Stefano Folli.
Non è facile
parlare con Magdi. Una siepe di uomini lo protegge giorno e notte).
Della Chiesa e dei cardinali parliamo dopo. Prova a definire il
contesto di questa guerra
interna all'Europa.
"Ci stiamo approssimando alla resa dei conti. Due crisi di
identità si fronteggiano. Quella
occidentale è entrata in crisi con il crollo del muro di
Berlino. La fine della contrapposizione
ideologica ha svelato una nudità delle anime occidentali".
Come se non
ci fosse più un senso della vita.
"Certo. La religione si è rivelata un'impalcatura
vuota. E i riferimenti culturali fumosi.
E quello che
tu, su Libero, hai chiamato nichilismo gaio".
Citavo Augusto
Del Noce, e la sua critica a questa nostra vita vuota. Durava
da tanti anni. Il
poeta Eliot ne parlò così: "Siamo gli uomini
vuoti, siamo gli uomini impagliati".
"Contemporaneamente, in modo speculare e simmetrico il mondo
islamico ha attraversato una crisi
di segno opposto. Aveva sconfitto i sovietici in Afghanistan.
Ha immaginato di eliminare l'altro
male: l'Occidente. C'è stata un'involuzione in doppia direzione:
una terroristica, un'altra più
subdola, che vuole islamizzare l'Occidente, tenendo la carta della
violenza esplicita come riserva.
Tutto questo
è cominciato - ci tengo a sottolinearlo - assai prima dell'11
settembre, è nato alla fine
degli anni 70.
La deriva terroristica ha trovato una forma compiuta e il suo
manifesto organico
allorché, nel giugno del 1998, Osama Bin Laden ha battezzato
(anche se mi rendo conto
dell'improprietà dell'espressione...) il Fronte Internazionale
Islamico per la guerra santa contro
ebrei e crociati. Due crisi dunque".
Quella occidentale
capisco sia tale: ed è una specie di frana, un'implosione.
Ma quella
islamica, più che crisi, mi sembra troppa salute.
"Qui
si tratta di intendersi su cosa sia l'Islam. L'Islam della mia
esperienza non è questo! Io ho
imparato da mia madre la fraternità, la solidarietà
sociale forte, il rapporto diretto con Dio, senza
bisogno di clero. Il fondamentalismo è segno di una crisi
profonda. Il suo risorgere va legato alla
sconfitta araba subita da Israele nel '67. Tramontata l'utopia
del panarabismo, queste forze radicali
hanno investito sul panislamismo. I suoi momenti salienti sono
stati la vittoria khomeinista nel
febbraio del '79, l'assassinio del presidente egiziano Sadat nell'81...".
Non capivamo
nulla. Ricordo nella tipografia del mio giornale la festa dell'uomo
delle pulizie,
un egiziano immigrato. Mi disse: vedrete, vedrete...
"Certo.
I fondamentalisti pensavano di prendere il potere all'interno
dei singoli stati arabi e islamici
e poi di tracimare in Occidente. In Egitto ci provano eliminando
il leader, in Algeria usando la
democrazia in vista della sua negazione. Bloccato il tentativo,
sono passati al terrorismo puro e
semplice. Questa è la lezione: la radice del terrorismo
è l'Islam adoperato come ideologia per il
potere".
Da una parte
tu neghi che sia il vero Islam. Poi sei il più duro di
tutti con gli imam gentili, i
quali stringono la mano dei cardinali, assicurando che sono per
il dialogo e contro il
terrorismo.
Come il caso di Milano.
Il cardinale Tettamanzi (in assoluta retta coscienza,
ovvio) ha spedito una lettera per la fine del Ramadan ed è
stata letta e fatta propria da un
emiro che sta dalla parte dei fondamentalisti algerini... L'ha
pure intervistato la Rai...
"L'Islam
che in Italia ha preso il possesso di quasi tutte le moschee è
di questa stoffa subdola.
Accettano le regole della democrazia per occupare il territorio...".
Come in guerra.
La loro guerra è questa.
"Certo.
In Occidente pretendono il dominio della comunità musulmana.
E il modo per averlo è
esattamente questa legittimazione fornitagli dalle autorità
ecclesiastiche e civili. Io mi batto per
farlo capire, ma non ci riesco. Magari tu sei cattolico, e ti
ascoltano".
Mi scomunicano,
altro che, mi sono già arrivati avvertimenti.
"E sbagliato,
queste persone hanno lo stesso obiettivo dei terroristi. Vogliono
uno stato islamico.
Gli uni con la violenza, gli altri dal basso. L'occidente si crede
colto, ma è ignorante. I prelati sono
portati a scegliere come interlocutore qualcuno che gli rassomigli,
dimenticando che nell'Islam non
esiste un clero. Quelli che si spacciano per tali, compiono un'usurpazione
dottrinale".
Che fare allora
per impedire che questa guerra già dichiarata e in corso
esploda
tragicamente? Tu hai scritto che bisogna prendere atto del fallimento
di due modelli di
convivenza, il multiculturalismo e l'assimilazionismo.
"Confermo.
Sono insostenibili. Il multiculturalismo è il modello nordeuropeo.
Si basa sulla certezza
che sia possibile convivere pacificamente, nello stesso spazio
sociale e giuridico, mantenendo
identità e idee di cittadinanza diverse. Ancora prima dell'assassinio
di Van Gogh, l'ideologo del
multiculturalismo britannico, Trevor Philipps, caraibico, nero,
sociologo raffinato, ha fatto marcia
indietro. Il multiculturalismo ha creato ghetti spaventosi. Quartieri
di pachistani islamici, di indiani
indù, di musulmani somali. Ha sfilacciato la società,
ne causa l'esplosione".
Nel multiculturalismo
ciascuno ritiene di essere depositario di un Codice morale assoluto.
Van
Gogh ha offeso la mia identità ed io la faccio valere:
essa ordina l'eliminazione del blasfemo.
"Proprio
così. E' interessante notare come l'assassino di Van Gogh
sia un olandese di origine
marocchina. Non è tanto l'immigrazione la questione dirompente,
almeno nel Nord Europa, quanto
l'emergere di cittadini ai quali non è stato chiesto di
riconoscersi in una comune civiltà, in valori
decisivi quali la libertà e la tolleranza, la sacralità
della vita singola. No, a loro è stato detto:
ciascuno ha diritto di vivere secondo la propria identità
e cultura, ritenendosi tranquillamente
europeo".
L'Europa come
guscio vuoto.
"Abbiamo sbagliato tutto. La società olandese e quella
belga sono fragilissime. Quando manca
questa unità, allora nascono le reazioni di presunti fronti
cristiani. E' una reazione esecrabile e
devastante".
L'assimilazionismo
è invece francese...
"Certo.
Impone a ciascuno di rinunciare alla propria identità religiosa
e culturale per aderire a un
patriottismo che coincide col laicismo. Insopportabile, nefasto.
Non è possibile
un'omogeneizzazione, gli uomini si ribellano".
C'è
il modello americano: il meticciato. Una cultura dominante, quella
cristiana, sa assorbire
e lasciarsi modificare da apporti diversi. Potrebbe essere questo
il modello italiano?
"In Italia
non si è scelto nessun modello. Si reagisce in modo passivo
alle emergenze. E la logica
delle sanatorie. Oggi gli stranieri sono circa 3 milioni e mezzo,
di essi un terzo musulmani. Da noi
c'è solo il modello umanitarista del volontariato".
Per evitare
la guerra in Italia, che cosa proponi?
"Lo propongo
per tutto l'Occidente: una riscossa. Dopo l'età del vuoto,
è il caso di riscoprire cosa
costituisce la tradizione di questo popolo occidentale".
(detto da un musulmano.. accidenti che figura ci facciamo!! n.d.r.)
Un amico mi
raccontava di avere aperto a Torino una "scuola dei mestieri",
pasticceri,
falegnami e così via. Un gruppo di islamici voleva togliere
il crocifisso. Ha detto: se lo togliete,
togliete me, il motivo per cui abbiamo aperto questa scuola e
voi potete studiare. Quelli si sono
arresi: non ha contrapposto un'ideologia, ma la sua vita.
"Proprio
così! Se l'Occidente non riscopre l'amabilità della
sua vita buona, è finita per i cristiani e
per gli islamici come me".
Che fare?
"Partiamo
dal buon senso, e da un punto fermo: nessuna deroga al rispetto
delle leggi, ai valori
percepiti come fondamentali dalla società. Un'identità
forte dello Stato, a livello istituzionale. Sul
piano religioso, forte riferimento identitario del cattolicesimo.
Su quello culturale, la necessità di
imparare la lingua italiana".
Tu pensi che
la cultura cristiana sia baluardo di libertà per tutti.
"Certo.
Dev'essere dominante ma non dominatrice. Allo stesso tempo è
necessaria la ferma
repressione di chi rema contro, chi costruisce nelle moschee e
nei centri culturali islamici uno Stato
teocratico nel nostro Stato. Dobbiamo bonificare quei terreni
sia fisici sia mentali oggi terreno di
cultura del radicalismo islamico: moschee, banche islamiche, associazioni
caritatevoli, scuole".
Chiuderle?
"No.
Vanno riscattate alla legalità, trasformate da centri di
potere politico a luoghi di preghiera,
togliere le moschee a chi le usa per potere e darle per pregare".
Scusa. Ma
perché non lo fate voi islamici antifondamentalisti questo
lavoro, visto che siete la
maggioranza, tu dici addirittura quasi il 90 per cento.
"Hai
ragione. Finora, si è preferito non avere casini. Non è
facile per una famiglia islamica
tranquilla uscire alla luce del sole: si rischia, e di brutto.
Ma ora abbiamo il dovere di esporci. Però
per favore dovete essere nostri alleati. Questa maggioranza di
musulmani va salvaguardata e
consolidata, bisogna darle visibilità mediatica".
Posso essere
scettico? Ho amici islamici come te. Ma non vedo dietro di loro
il popolo, che
segue invece gli imam.
"Siamo
minacciati. Per favore evitate di ridicolizzarci".
Daresti il
voto agli immigrati?
"Per
me il diritto di voto coincide con la cittadinanza. Ed essa non
deve essere esito burocratico, ma
la maniera in cui ci si riconosce in una società dove i
valori comuni sono forti e cristiani".
Questa guerra
si vince se si ha il coraggio della nostra identità?
"Bisogna
essere durissimi, possono esserci identità diverse, ma
bisogna scegliere. O la civiltà o la
barbarie".
fine
intervista!
Di
seguito è riportato un modo diverso di vedere quello che
sta accadendo a proposito del dollaro e dell'euro. Il più
delle volte, il modo migliore per tentare di capire questioni
di tipo monetario è di analizzarle più volte secondo
diverse angolazioni.
"Fate finta di essere sommersi dai debiti ma ogni giorno
fate assegni per milioni di dollari che non avete: l'ennesima
auto di lusso, una casa di vacanze sulla spiaggia, il giro attorno
al mondo che avete sempre sognato. I vostri assegni non dovrebbero
valere niente ma continuano a permettervi di comperare cose perché
i vostri assegni non arrivano mai in banca! Avete un accordo con
i proprietari di una cosa che tutti vogliono, per esempio benzina
o metano, e secondo quest'accordo loro sono tenuti ad accettare
solo i vostri assegni come pagamento. Ciò significa che
tutti devono fare incetta dei vostri assegni così possono
usarli anche per comperare altre cose. Staccate un assegno per
comperare un televisore, il proprietario del negozio scambia il
vostro assegno con benzina o metano; quell'esercente lo usa per
acquistare della verdura dal fruttivendolo, il fruttivendolo lo
passa per comperare pane, il fornaio lo usa per comperare la farina
e così di seguito, senza fermarsi, ma non ritorna mai alla
banca. Avete un debito nei libri contabili, ma finché l'assegno
non arriva alla banca, non dovete pagare. In realtà, avete
avuto il televisore per niente. Questa è la posizione di
cui gli USA hanno goduto per oltre 30 anni: hanno sfruttato il
commercio mondiale per tutto questo tempo. Hanno ricevuto un enorme
sussidio da tutti quanti. Poiché il debito ha continuato
a crescere, hanno dovuto emettere più soldi (staccare più
assegni) per continuare a fare affari. Non c'è da stupirsi
se è una potenza economica. Finché un giorno, un
benzinaio dice che accetterà anche gli assegni di qualcun
altro; altri pensano che potrebbe essere una buona idea. Se la
tendenza prende piede, non ci sarà più la corsa
ai vostri assegni che fileranno dritti diritti in banca. Visto
che in banca non avete abbastanza soldi per onorare tutti gli
assegni, vi ritroverete immersi nei guai fino al collo! I dollari
emessi dagli Stati Uniti, gli "assegni" staccati, inizieranno
a essere presentati per il pagamento, grattando via l'illusione
di valore che li sosteneva. La situazione economica reale degli
Stati Uniti naviga in acque profonde; sono la nazione più
indebitata della terra, devono pagare circa 12.000 dollari per
ogni singolo individuo dei suoi 280 milioni di uomini, donne e
bambini. Si trovano in una posizione peggiore dell'Indonesia quando
un paio di anni fa implose economicamente, o in quella più
recente dell'Argentina".
Attenti alle manifestazioni di panico
A questo punto non ci vuole molta fantasia per capire che il petrolio
quotato in euro è molto più pericoloso per gli Stati
Uniti di tutte le armi di distruzione di massa magicamente svanite
che, a quel che si dice, Saddam sarebbe stato sul punto di usare
contro gli americani. Alla luce di questi fatti, molti europei
sostengono animatamente che la "vera" ragione che ha
spinto Bush a invadere l'Iraq è il petrolio. Chi può
dire che si sbagliano? Bush, l'erede di una dinastia di petrolieri?
Cheney, la cui ricchezza personale deriva dal petrolio? Come non
può essere per il petrolio? L'occupazione di Baghdad farà
sì che l' Iraq ritorni a usare il dollaro. Un giunta irachena
"democraticamente" formata e appoggiata dall'America
permetterebbe agli Stati Uniti di infischiarsene della produzione
dell'OPEC e del cartello per i prezzi del petrolio. Poiché
l'Iraq possiede la seconda riserva di petrolio del mondo ed è
in grado, con ulteriori investimenti, di pompare circa 7 milioni
di barili di petrolio al giorno, l'Iraq è secondo solo
all' Arabia Saudita come bene immobiliare più prezioso
del mondo. Gli Stati Uniti possono incrementare la produzione
di petrolio dell'Iraq a livelli che vanno ben oltre le quote dell'OPEC
e far scendere i prezzi a livello mondiale. Oppure, possono quotare
i prezzi del petrolio in dollari e sostenere il valore del "petrodollaro"
per molti anni a prescindere dall'euro. Prima dell'invasione,
la situazione in Iraq era la seguente: l'Iraq aveva iniziato a
vendere petrolio in euro in novembre 2000 quando l'euro valeva
circa 82 centesimi. All'epoca, questa decisione fu considerata
un insolito atto di provocazione politica, ma in realtà
fu un'astuta decisione finanziaria. Nel 2001, l'euro guadagnò
circa il 25% sul dollaro. Per l'Iraq fu un vero e proprio guadagno
finanziario.
L'Iran ha dato segni di voler adottare l'euro come valuta per
le contrattazioni del suo petrolio e nel 2003 il Venezuela, un
importante produttore di petrolio, sta adottando misure per passare
alle quotazioni in euro. Molto probabilmente gli altri paesi dell'OPEC
seguiranno lo stesso esempio. Alla conferenza dell'OPEC tenutasi
in Spagna il 14 aprile 2002, i paesi membri hanno discusso della
possibilità di quotare le varie qualità di greggio.
Il controllo degli Stati Uniti sul petrolio iracheno renderebbe
vana qualsiasi azione dell'Iran e forse il Venezuela da solo non
avrebbe abbastanza influenza sul resto del mondo. Ma se l'intera
produzione dell' OPEC fosse quotata in euro, sul dollaro ci sarebbero
forti pressioni. A meno che
A meno che la dinastia saudita,
che a quanto si dice possiede azioni statunitensi per un valore
di circa mille miliardi di dollari e le riserve di petrolio più
grandi del mondo, mantenga i suoi prezzi in dollari insieme all'Iraq.
È questo che ha in mente la Fazione imperiale? È
questo che in realtà aveva in mente Osama bin Laden? L'Arabia
Saudita, allora, è l'obiettivo finale di al-Qaeda, movimento
in gran parte controllato dai radicali sauditi? In maggio 2004,
l'Unione Europea si allargherà ad altri 10 paesi. In quel
momento, l'Unione consumerà circa il 33 percento in più
di petrolio degli Stati Uniti. Al fine di stabilire rapporti commerciali
reciproci, gli europei potrebbero esercitare sempre maggiori pressioni
sull'OPEC per commerciare in euro. Visto che l'area euro sarà
il maggiore cliente dell'OPEC con la valuta più stabile
e più apprezzata del mondo, molte delle nazioni dell'OPEC
troveranno la proposta allettante. Se l'OPEC, o anche solo alcuni
dei paesi membri, dovessero passare all'euro per le transazioni
petrolifere, ci sarebbe un cambiamento alquanto veloce dei valori
relativi del dollaro e dell'euro, a prescindere dagli eventi che
si sono verificati da allora ad adesso. Se la Fazione imperiale
dovesse lasciarsi sfuggire dalle mani il controllo sul petrolio
saudita e iracheno, cosa altamente possibile, prima o poi il dollaro
crollerebbe. In sostanza, le nazioni consumatrici di petrolio
eliminerebbero pian piano i dollari dalle riserve della banca
centrale per sostituirli con gli euro. Secondo alcuni analisti
il dollaro potrebbe subire un ribasso anche del 40 percento in
un anno se tutti i paesi dell'OPEC decidessero contemporaneamente
di quotare i prezzi in euro
LA CULTURA DEL NIENTE
La sicurezza è solo una parola evocativa di un bisogno legato a un istinto, è una metafora per declinare l’idealismo surreale che ondivago c’è nella nostra quotidianità o sicurezza è sinonimo di paura, quella che si siano sfaldati i principi sui quali si è perso il meccanismo millenario della ricerca di un riscatto equo della vita stessa? La sicurezza è una parola un po’ perdente perché se vuol dire la certezza di essere sicuri, quindi certi della tutela e dei suoi sistemi per ottenerla, oggi più che mai essendosi frantumato nella demagogia dell’estremismo dell’idealizzazione esistenziale, le regole per lo meno parziali che l’hanno tutelata sono venute meno.
La casa, il giardino, i suoi recinti, i suoi cortili e poi i negozi e poi le strade, le piazze, il patrimonio pubblico e privato fino alla vita stessa, fino a coloro che le regole dell’organizzazione sociale hanno disposto come custodi, ebbene tutto ciò è svanito in alcuni anni, in pochissimi cicli di vita. Si muore falciati per le strade, si muore bambini per mano degli stessi adulti, si muore attraversando le strade garbati e fiduciosi nelle regolatissime strisce bianche, si muore per poco, per niente, si muore per la distrazione degli altri, si muore per inciviltà, incuria, per mantenere ideali astratti di un perdono disconosciuto, arrogante, velleitario. Sono vittime gli anziani che appartengono ad un’idea antica delle relazioni, dell’idea della casa e delle istituzioni. Sono vittime le donne giovani, distratte dal narcisismo, da una visione tragica del sentimento, strette in un corpo riscattato, ma violato e reso pericoloso dall’ambiguità dell’amore e del sesso. Sono vittime le persone oneste, quelle che credono nelle regole, nell’esteriorità dei buoni comportamenti, vittime delle truffe, del raggiro, del ricatto, vittime dell’ignoranza sulla verità del comportamento umano così diffusamente truffaldino.
C’è in giro oramai una cultura del niente, senza regole, senza un’idea di chi tutela chi e cosa, c’è l’anarchia di noi stessi e delle idee, sempre più bisognose di vivere nell’immaginazione esenti dalla verità. Il rispetto delle norme, delle regole, delle leggi, è stato un’ideale, un’aspirazione dell’umanità per consentire un minimo di tutela della crudeltà, dal dominio del più forte sul più debole.
Oggi nessuno può più usare la parola sicurezza senza essere obsoleto o demagogico, e non se ne abbiano a male tutti coloro che si battono per darle ancora un futuro, ma la sicurezza è troppo lontana dalla scomposizione dei comportamenti sociali che legittimano la criminalità e l’illegalità. Cosa dire dell’ergastolano liberato, del pluricondannato, della facilità con cui crediamo nella capacità autoredentiva dell’uomo. La demagogia delle nostre leggi in cui nessuno più crede è il luogo tragico della sconfitta della sicurezza e della perdita del suo valore sociale.
Il crimine fa parte di chi lo compie e la criminalità è un sistema di vita e di valori, e per la demagogia sul concetto di umanità si sta costruendo sull’onestà un baratro infinito. Non ci sono responsabili visibili se non la superficialità con cui promuoviamo un’idea inesistente dell’uomo, la superficialità, l’incoerenza tra ciò che vogliamo e tra ciò che siamo.
Vera Slepoj
MOZAMBICO: LA PACE POSSIBILE NEL CONTINENTE AFRICANO
- Intervista con Aldo Ajello -
Il caso del Mozambico dimostra che, anche in Africa, è possibile promuovere
la pace e lo sviluppo. Nei giorni scorsi, si è svolta a Roma una conferenza
promossa dalle Nazioni Unite e dalla Cooperazione Italiana incentrata sulla
situazione in Mozambico, Balcani e Afghanistan. Proprio la realtà
mozambicana ha catalizzato maggiormente l'attenzione. A dodici anni dagli
Accordi di pace - siglati a Roma dopo una sanguinosa guerra civile - il
Paese africano prosegue, infatti, sulla strada dello sviluppo sociale, nella
difesa e promozione dei diritti umani. Un successo a cui ha contribuito
notevolmente la Comunità di Sant'Egidio, ma che, purtroppo, resta un caso
isolato nel difficile panorama africano. Alessandro Gisotti ne ha parlato
con Aldo Ajello, attuale rappresentante dell'Unione Europea per la Regione
dei Grandi Laghi, che all'epoca degli Accordi di pace svolse un ruolo
determinante in qualità di Rappresentante speciale delle Nazioni Unite in
Mozambico:
R. - Ci sono alcune modalità del processo di pace che abbiamo seguito in
Mozambico e che potrebbero proficuamente essere utilizzate in altre
situazioni analoghe in Africa e che per il momento non lo sono. Il modello
mozambicano ci ha portato ad un successo non solo sul momento ma ad un
successo consolidato se consideriamo che da dieci anni ormai il Mozambico è
in pace, ha avuto già due elezioni presidenziali e si accinge a fare la
terza.
D. - In Mozambico c'è stato un successo delle Nazioni Unite, della Comunità
internazionale. Grande anche il ruolo delle organizzazioni non governative.
Uno pensa subito alla Comunità di Sant'Egidio, quindi alla società civile.
Insomma una sinergia che ha funzionato?
R. - C'è una formula negoziale nuova, che è stata sperimentata proficuamente
una volta e ahimé non ripetuta, che è quella di un governo - il governo
italiano nella fattispecie - che si è offerto di fare da mediatore in un
processo di pace difficile come quello mozambicano e l'ha fatto
congiuntamente con un organismo non governativo - la comunità di Sant'
gidio - creando questa sinergia, durata due anni, in cui ha sempre
funzionato costantemente. Alla fine di questo processo quello che è venuto
fuori è un accordo di pace, nel quale i problemi seri non erano stati
accantonati, come si fa frequentemente in questo tipo di negoziati.
D. - Ecco, guardiamo al suo impegno diretto oggi: dopo il Mozambico, un
successo, una situazione quanto mai difficile, complessa anche quella dei
Grandi Laghi.
R. - Un esempio,abbastanza importante, è la questione della smobilitazione
delle forze armate regolari ed irregolari, che nel caso del Mozambico
abbiamo fatto in sei-sette mesi. Prendiamo il caso adesso della regione dei
Grandi Laghi dove si è fatto un gigantesco progetto regionale che è stato
affidato alla Banca Mondiale. La Banca Mondiale è un'eccellente
organizzazione di sviluppo senza esperienza alcuna per quello che riguarda
le operazioni di peace-keeping, di mantenimento della pace. Si è creata una
gigantesca burocrazia che avrà enormi difficoltà a funzionare. Siamo in
presenza di una cultura dello sviluppo, di una cultura dell'umanitario, ma
non abbiamo una cultura del peace-keeping.
D. - Quindi si può dire che la condizione preliminare non solo per il
Mozambico,dove è riuscito, è la sicurezza?
R. - L'idea di fare lo sviluppo senza avere stabilità e sicurezza non
significa niente. Bisogna avere il coraggio di modificare le priorità dello
sviluppo. La lotta contro la povertà, ecc., tutte cose assolutamente
corrette, ma al tempo stesso abbiamo avuto una riluttanza profonda ad
occuparci di problemi militari. Se noi non abbiamo il coraggio di rivedere
le nostre priorità e di dire a questo punto la cosa essenziale è la riforma
del settore sicurezza, esercito e polizia, allora avremmo creato una
struttura che permette di garantire questa stabilità e sicurezza
Se non si sconfigge l'AIDS, l'Africa scomparirà"
La Comunità di Sant'Egidio ottiene grandi successi in Mozambico nella
sua lotta contro l'AIDS
MADRID, venerdì, 4 marzo 2005 ( <http://www.zenit.org/> ZENIT.org- <http://www.agenciaveritas.com/> Veritas).- Jesús Romero è responsabile
delle Missioni di Pace della Comunità di Sant'Egidio, che da una decina
di anni lavorano per sconfiggere l'AIDS in Mozambico e che, per il
successo ottenuto, hanno esteso la loro opera ad altri Paesi africani.Durante gli ultimi quattro anni hanno avviato un progetto che combatte
il contagio per via materno-filiale e che Romero spiega in questa
intervista.Com'è iniziata questa lotta contro l'AIDS in Africa da parte della
Comunità di Sant'Egidio?
J. Romero: Nel 1996, quando sono iniziati ad arrivare gli
antiretrovirali, la Comunità di Sant'Egidio si è chiesta come cercare di
far sì che i progressi della medicina che si applicavano in Europa e con
i quali la malattia poteva arrivare ad essere praticamente cronica ma
non necessariamente mortale potessero essere applicati in Africa.Non è
giusto, del resto, che una parte del mondo si veda privata dei progressi
della medicina a causa della mancanza di risorse materiali.Da quattro anni portiamo avanti una cura intensiva dell'AIDS con la
terapia antiretrovirale. Ora stiamo estendendo questo progetto sanitario
anche al Malawi e alla Guinea Bissau. Il Mozambico è stato il primo
Paese per il fatto che lo conoscevamo bene per aver partecipato alla
mediazione per la pace.
Com'è stato il vostro lavoro in questi anni?
J. Romero: E' una lotta difficile, ma dalla quale si possono trarre
grandi frutti. Abbiamo iniziato a curare la malattia solo attraverso la
medicazione, vale a dire con quello che sarebbe un sistema europeo, ma
ci siamo subito resi conto del fatto che la linea di condotta in Africa
doveva essere un'altra.
Qual è la differenza sostanziale tra l'Europa e l'Africa per quanto
riguarda la cura dell'AIDS?
J. Romero: La differenza fondamentale è che in Europa le necessità
fondamentali del malato di AIDS sono in generale soddisfatte, intendendo
con questo l'alimentazione, l'assistenza medica, quella familiare, o anche
la stessa salute; in Africa la gente che viene nei nostri centri ha una
salute malandata, non si nutre in maniera adeguata.Per questo pensiamo che la lotta contro l'AIDS in Africa debba essere
affrontata da un punto di vista globale della persona, e non soltanto
sotto l'aspetto farmacologico. Abbiamo quindi predisposto un approccio
globale alla malattia, per cui ci sono operatori sanitari che visitano i
malati in casa loro, c'è un apporto nutrizionale suppletivo,
un'assistenza familiare e ovviamente la fornitura gratuita della
terapia.
Tra i vostri criteri c'è il rifiuto del preservativo come mezzo di
prevenzione dell'AIDS. Nei vostri centri, infatti, non vengono forniti
preservativi. Perché?
J. Romero: Nessuna epidemia nella storia della medicina è stata vinta
con la prevenzione. Onestamente, pensiamo che l'unico modo di prevenire
sia curare, facilitare la difficile prova e fornire i mezzi per iniziare
a curarsi, perché il resto delle misure elaborate fino ad oggi si sono
dimostrate insufficienti o non efficaci.Il problema inizia quando una persona viene con i sintomi dell'HIV. Noi
facciamo delle prove e se viene confermata la malattia forniamo
direttamente la cura. Quando passano alcuni mesi e la persona recupera
peso e torna a svolgere una vita quasi normale, allora iniziano a
scomparire le paure ed i tabù nei confronti della malattia ed è la
persona stessa che parla agli altri.Varie donne assistite dall'istituzione hanno dato vita ad
un'associazione che va per i villaggi spiegando i modi di trasmissione
dell'HIV, e sono riuscite a portare i loro compagni alle visite dopo
averli convinti che non si tratta di una malattia solo dei bianchi.
Esiste qualche dato nella vostra esperienza di lotta contro l'AIDS in
Africa che si possa applicare ai Paesi sviluppati?
J. Romero: Chiamiamo "aderenza" il numero di persone che iniziano la
cura e la continuano nel tempo; bene, abbiamo un'aderenza del 95-98%, il
che vuol dire che le persone che vengono al nostro centro, che si
sentono accompagnate, assistite dal punto di vista medico, sociale,
psicologico, vanno avanti. Questo sarebbe un esempio non solo per
l'Europa, ma per il resto del mondo, e un indicatore del fatto che
l'AIDS è una malattia che deve essere curata in maniera globale non solo
dal punto di vista strettamente medico, farmacologico.
L'AIDS sarà sconfitto?
J. Romero: Il nostro criterio nella terapia in Africa è la
somministrazione delle medicine alle mamme in gravidanza e ai neonati, e
ci sono già mille bambini nati sani da madri sieropositive. Pensiamo che
con una generazione che nasce sana in Africa si garantisca la
sopravvivenza di questo continente, perché se non si riesce a curare i
malati e a far sì che nascano bambini sani l'Africa scomparirà.Disponiamo inoltre di una banca dati che viene posta al servizio della
ricerca e che farà in modo, una volta ottenuto un vaccino, che il
Mozambico sia uno dei primi Paesi ad averlo.
Tony Blair: in Africa uno tsunami alla settimana
Articolo pubblicato il: 2005-01-05
«La tragedia dello tsunami è stata provocata dalla natura. La tragedia dell'Africa invece è stata causata dagli sbagli dell'essere umano». Sono parole pesanti quelle di Tony Blair, che è voluto tornare sulla catastrofe umanitaria che colpisce il continente africano. «Ogni settimana in Africa - ha aggiunto il premier britannico - abbiamo l'equivalente di uno tsunami, preventivabile e provocato dall'uomo». Ogni anno nel continente 2,4 milioni di persone muoiono a causa dell'Aids.
E se non bastasse, in questi mesi l'Africa è devastata dalle cavallette. Ieri la Fao ha avvertito che «un'alta vigilanza e intensive operazioni di controllo» sono ancora necessarie. L'Agenzia dell'Onu ricorda che solo nel mese di dicembre 2004 sono stati disinfestati con aerei circa 880 mila ettari in Africa occidentale e nord-occidentale. Ma la piaga, che colpisce tutto il continente, rischia di creare un'altra catastrofe umanitaria.
AIDS: UN GENE DECISIVO PER FERMARE PROGRESSIONE MALATTIA
(ANSA) - ROMA, 10 GEN -
Una singola mutazione genetica potrebbe essere alla base della resistenza al virus Hiv. Lo annuncia un gruppo di scienziati del National Institute of Medical Research di Londra che ha scoperto una differenza genetica cruciale tra l'uomo e le scimmie e pubblicato lo studio sulla rivista Current Biology.
Confrontando il gene Trim 5 alfa nella versione umana e in quella animale, i ricercatori hanno individuato una mutazione che consente, nelle scimmie rhesus, di produrre una proteina capace di bloccare l'infezione. Se il gene umano fosse uguale a quello delle scimmie, ha dichiarato Jonathan Stoye, a capo dell'istituto di ricerca, la piaga dell'Aids, che colpisce nel mondo 40 milioni di persone, probabilmente non esisterebbe.
In esperimenti di laboratorio i ricercatori sono riusciti inserire la proteina prodotta dalle scimmie (e che induce la resistenza all'Hiv) nelle cellule umane, osservando cosi' lo sviluppo di una resistenza al virus dell'Aids.
La scoperta, secondo i ricercatori, potrebbe avere importanti ricadute terapeutiche: la prospettiva e' infatti sviluppare una terapia genica efficace contro l'Aids, indirizzata ai pazienti sieropositivi e basata sull'inserimento del gene modificato all'interno di cellule non ancora infettate dal virus. La terapia impedirebbe ai pazienti sieropositivi di sviluppare l'Aids nella forma conclamata. Secondo gli studiosi sono necessari ulteriori studi sugli animali e sull'uomo per approfondire questa pista di ricerca.(ANSA).
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