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Questa sezione è dedicata alle notizie che appaiono poco sui circuiti soliti della stampa, sono raccolte da varie fonti da parte dei membri dell'associazione Mozambico Onlus e messe a disposizione cosi come sono senza modifiche o commenti, buona lettura.

Aids: Fao, Virus Affama Mozambico Per Agricoltura In Crisi

Roma, 24 ago. (Adnkronos Salute) - L'Aids sta affamando il Mozambico. La malattia indebolisce e impoverisce i contadini, l'agricoltura è in crisi, la produzione in drammatico calo. E' l'allarme lanciato dalla Fao, sulla base di uno studio che documenta la perdita di numerose varietà di grano, tuberi, legumi e verdure a causa di inondazioni e periodi di siccità, ma anche della diffusione del virus. Nelle fattorie si fanno i conti con l'epidemia di Aids. Secondo l'indagine condotta nelle zone rurali del Mozambico, il 45% degli agricoltori colpiti dalla malattia ha ridotto l'area coltivabile, il 60% ha diminuito il numero di raccolti. ''Lo studio documenta - sottolinea Marcela Villareal, esperta della Fao - le condizioni allarmanti che affliggono milioni di contadini nelle aree più povere. Il problema non riguarda solo il Mozambico, ma anche i Paesi dell'Africa meridionale e orientale, colpiti dall'Aids". La gran parte degli agricoltori è abituata a usare sementi che loro stessi producono per far crescere i raccolti. Un'usanza che rischia l'estinzione perché i contadini, prostrati dalla malattia, non riescono più a lavorare, ne' sono in grado di trasmettere le conoscenze a figli e nipoti. In Mozambico, che conta 18 milioni di abitanti, oltre 1,3 milioni di persone sono sieropositive o malate di Aids. Entro il 2020, avverte la Fao, il Paese perderà più' del 20% della forza lavoro nei campi. (Red-Mad/Adnkronos Salute)

SE LA SORTE DEI VIP PREVALE SULL'AGONIA DEI POVERI

L'Apocalisse scrutata con gli occhi dell'Occidente
Di fronte alla tragedia che si è consumata riaffiora la tacita divisione tra "noi", i garantiti del mondo ricco e vacanziero,e "loro", i poveracci per i quali la furia degli
eventi assomiglia a qualcosa di ineluttabile
Marina Corradi
Vado nello Sri Lanka, dice la signora milanese intervistata a Malpensa, parto lo stesso, "tanto il mio albergo è al sicuro. Il maremoto avrà spazzato via le casette di pescatori, per noi non ci sono pericoli". E parte anche il ragazzo che ha già messo la collana di denti di squalo, quella da spiaggia: "Il mio hotel m'han detto che è a posto, i soldi li ho già tirati fuori..." E maremoto o no, gli brillano gli occhi: in Thailandia, finalmente. Mentre abbondano notizie rassicuranti sulla sorte di vip in vacanza negli atolli più esclusivi: stanno tutti bene, per fortuna, anzi fanno sapere che non è successo quasi niente, e che proseguiranno tranquillamente le ferie.
L'apocalisse guardata con gli occhi dell'Occidente. Nemmeno ventiquattromila morti bastano a cambiare questo sguardo che oppone tacitamente, come cosa ovvia, due mondi: loro e noi. ("Non c'è alcun pericolo per noi", come dice la signora a Malpensa) Le case dei pescatori ingoiate, ben saldi gli hotel a cinque stelle, è normale. E se questo maremoto fa tanto rumore, non è perchè il giorno dopo Natale c'erano tra la Thailandia e le Maldive decine di migliaia di "noi"? Umano e naturale, certamente, tuttavia nelle cronache la pur legittima ansia di chi ha investito migliaia di euro per una vacanza familiare al sole, e ora non sa dove andare perchè il suo atollo è sommerso, toglie il posto alle voci di centinaia di operatori presenti nelle zone più devastate, e non tutti irraggiungibili telefonicamente. Gente che ha sotto gli occhi la tragedia di 24 mila morti, di villaggi e città distrutte e lontane da ogni soccorso. Ma l'Occidente s'è abituato da tempo a vedere solo ciò che è vicino: come si fa a farsi risarcire i biglietti? E stanno bene, i vip alle Maldive?
Del resto, lo sanno tutti, è appunto quella tacita divisione , per cui una cosa siamo "noi", e una "loro". Le apocalissi frequentano volentieri il "loro" mondo, splendido, selvaggio ma anche non domato e feroce. Terremoti e inondazioni mietono normalme nte migliaia, decine di migliaia di vittime. È una natura spaventosa quella del "loro" mondo, che falcia come una calamità biblica le loro baracche di fango, le loro favelas di cartone. Alle nostre case di cemento armato non succederebbe quasi niente. Che imparino a costruirsi case come si deve. Che si civilizzino.
C'è una foto che ieri era sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. La foto di una ragazza dai tratti orientali, un attimo prima che la grande onda la inghiottisse. La ragazza ha la bocca spalancata in quello che pare un urlo muto, come accade negli incubi, quando il terrore soffoca la voce. Quella faccia tra le onde sembra "L'urlo" di Edvard Munch. Una delle più potenti espressioni mai date alla angoscia. La angoscia antica, millenaria di popoli da sempre esposti, sempre in attesa della grande furia dell'acqua, della terra, del fuoco. Contro cui non conoscono difesa. Nemmeno ora che si lavora per i turisti in lussuosi hotel a cinque stelle, facendo di tutto, vendendo di tutto - a volte anche i figli. I villaggi, le case, come dice la signora milanese, sono sempre quelle, buoni per essere spazzati via. Gli Hilton, ovunque, rimangono sempre in piedi. Ci sgomenta quest'apocalisse che nel suo gorgo orrendo ha preso dentro centinaia di garantiti, assicurati, nati in solide case; centinaia di "noi". È muto l'urlo degli altri 24 mila, come la ragazza in quella foto, un attimo prima.


Compressa unica per i mercati deboli Sì di tre colossi


R.Cas.
Un accordo tra le principali case farmaceutiche, sponsorizzato dal governo statunitense, permetterà di avere a disposizione farmaci a dosi fisse per i pazienti dei Paesi in via di sviluppo. L'annuncio è stato dato a Ginevra in occasione dell'assemblea generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e riguarda Bristol-Myers Squibb, Gilead e Merck. Attualmente le tre aziende producono una serie di farmaci che vengono usati per una terapia combinata: l'accordo porterà invece alla produzione di un'unica compressa da somministrare una sola volta al giorno, con evidenti benefici sia per i costi sia per le modalità di somministrazione. L'accordo viene facilitato dall'impegno del governo degli Usa a garantire una corsia preferenziale per il processo di verifica del nuovo farmaco a dose fissa. Inoltre, le aziende farmaceutiche coinvolte stanno studiando la possibilità di vendere insieme i tre prodotti attualmente in commercio come soluzione transitoria in attesa del nuovo farmaco a dose fissa . ()

Domenica 13 giugno 2004
IL FLAGELLO DELL'AFRICA

Aids, il G8 punta sul vaccino "Ma servono
strutture e idee"

Di fronte all'impatto devastante della malattia, da Sea Island l'impegno degli otto Grandi a finanziare un consorzio mondiale per la ricerca, molte promesse del passato sono però rimaste soltanto sulla carta

Di Riccardo Cascioli

Il G8 di Sea Island è tornato a occuparsi del flagello Aids, che sta mettendo in ginocchio l'intera Africa e minaccia di colpire pesantemente anche altri Paesi, dalla Russia all'India. Nel Continente nero le vittime nel 2003 sono state oltre 3 milioni, i malati 25 milioni e le conseguenze sulla società e l'economia (dall'aumento degli orfani alla mancanza di manodopera) devastanti. Gli otto Grandi hanno promesso la creazione di un consorzio mondiale per lo studio di un vaccino contro l'Hiv. Si punta a costituire una rete di cliniche e a finanziare la ricerca. Giova però rammentare che altre iniziative anti-Aids annunciate dal G8 in passato sono poi rimaste sulla carta.


"Sui farmaci anti-Aids si stanno facendo importanti passi in avanti, ma dobbiamo fare attenzione che il problema dell'Aids non si riduca soltanto a un fatto terapeutico". Ad affermarlo è Giuliano Rizzardini, primario di malattie infettive all'ospedale di Busto Arsizio, per molti anni in prima linea nella battaglia contro l'Aids in Uganda, Paese dove torna periodicamente per seguire un progetto dell'Istituto Superiore della Sanità. Rizzardini ha anche partecipato all'Assemblea Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) a Ginevra come membro della delegazione della Santa Sede.
Dottor Rizzardini, in questi mesi tutto il dibattito sull'Aids è stato centrato sulla mancanza di disponibilità di farmaci a basso prezzo per i Paesi in via di sviluppo.
Il discorso sui farmaci è molto importante. Ad esempio, proprio a Ginevra è stato presentato un nuovo accordo tra case farmaceutiche per creare dosi fisse e rendere più semplice ed economica la somministrazione. E questo va bene. Ma sarebbe un grave errore ridurre la lotta all'Aids a questo aspetto, perché in Paesi poveri come in Africa si possono avere anche i farmaci, ma mancano totalmente le strutture e le capacità per distribuire e controllare la somministrazione di questi farmaci. Come può un malato seguire una terapia quando l'ospedale più vicino è a 20 chilometri?
Allora il problema più grave è la mancanza di infrastrutture?
Non solo, ciò che dimostra di essere maggiormente efficace nella lotta all'Aids è la prevenzione.
Quando si parla di prevenzione in genere si intende preservativo.
Io invece intendo parlare di recupero del valore della famiglia, e più in generale di educazione, perché anche i farmaci hanno effetto solo all'interno di un contesto educativo. Questa è l'esperienza dell'Uganda, l'unico Paese dove il tasso di nuove infezioni da Hiv sia in discesa. Del resto anche una recente ricerca dell'Harvard's Center for Population and Development Studies dimostra che dopo venti anni di pandemia non c'è alcuna prova che più preservativi portino a meno Aids.
Allora qual è il segreto dell'Uganda?
Hanno certamente contribuito diversi fattori, ma è stato determinante l'approccio voluto dal presidente Museveni, che contrariamente ad altri leader africani, ha immediatamente riconosciuto il problema e ha puntato tutto sull'educazione dando credito a chi già lavorava in questo campo, a partire dalle organizzazioni legate alle Chiese. Lo stesso Museveni nel 1992 disse al Congresso mondiale sull'Aids che "la miglior risposta alla minaccia dell'Aids è riaffermare pubblicamente e chiaramente il rispetto che ogni persona deve al suo prossimo. Dobbiamo educare i giovani alle virtù dell'astinenza, dell'autocontrollo e del sacrificio che richiede innanzitutto il rispetto per gli altri". Promuovendo l'astinenza e la fedeltà coniugale, il governo ugandese ha ridotto del 65% i rapporti sessuali "casuali", con una riduzione della prevalenza Hiv del 75% tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, del 60% tra i 20 e i 24 e del 54% nel complesso. Se a tutto questo si aggiunge la disponibilità di farmaci, allora la lotta all'Aids può raggiungere risultati importanti.
Lei però accennava ai problemi della distribuzione e somministrazione dei farmaci.
C'è una concezione in Occidente per cui si mandano i farmaci e tutto si risolve. Invece non è così. Le terapie farmacologiche funzionano se sono all'interno di un contesto educativo, che come condizione ha la presenza. È per questo che, ad esempio, la rete dei missionari coglie successi anche dal punto di vista sanitario. Se ne è accorta anche l'Unaids, l'agenzia dell'Onu che si occupa di Aids, che per questo invita i suoi rappresentanti a cercare la collaborazione della Chiesa (vedi box a fianco).
Ma se le strutture sanitarie comunque non ci sono, come si fa?
Se uno è presente, i modi si trovano. I missionari ad esempio si sono inventati i dispensari. Ma si può pensare anche alle strategie usate per combattere la tubercolosi, che necessita della somministrazione diretta del farmaco: in questo caso si sono creati degli "educatori sanitari" di villaggio, usando la struttura sociale tradizionale in Africa. Ma il punto è che si possono proporre tali soluzioni, si possono creare strumenti nuovi solo se si è presenti, se ci si fa rispettare per il proprio lavoro.

CRONACHE
Una nube tossica provocò una catastrofe: decine di migliaia di morti
Bhopal vent'anni dopo. 555 dollari per il silenzio
I sopravvissuti aspettano i soldi della Union Carbide. In cambio l'impegno di smettere di protestare
DAL NOSTRO INVIATO

BHOPAL -La tosse: per Arman, Raju e Ajju, che hanno 20 anni nel 2004, è la colonna sonora della loro vita. La tosse dei loro padri, delle madri, dei fratelli, delle sorelle, e dei vicini, oltre le sottili tramezze. Notte e giorno, estate e inverno, le pareti nude di casa riecheggiano i colpi di tosse. Non arriva e non arriverà mai quello liberatorio, quello che riuscirà a espellere il male dai bronchi sconquassati. Sopravvivere alla catastrofe chimica del 3 dicembre 1984 non è stato un grande affare: 240 mesi di tosse e fame e, adesso, 555 dollari e 55 centesimi a testa per smettere di protestare. Per lasciar finalmente sbiadire sui muri la scritta "Hang Anderson", impiccate Anderson, rinfrescata ancora ieri e riferita a Warren, l'ex amministratore delegato della Union Carbide, la fabbrica americana di pesticidi che ha trasformato una delle più belle e secolari città dell'India centrale in un assordante lazzaretto di tisici inguaribili.
Venticinquemila rupie per smettere di lamentare cecità, nausee, vomiti e fitte al petto. Per lasciare che il mondo dimentichi il nome di Bhopal e le cifre mai precisate della strage.
Tra i sedicimila e i trentamila morti, mezzo milione di superstiti malconci, 150 mila coi polmoni sfiniti e gli occhi cauterizzati dalla grande ustione chimica. E nessun processo per stabilire come sia accaduto.
Arman, Raju e Ajju, classe 1984 come la fuga di 40 tonnellate di gas, sono amici d'infanzia, cresciuti insieme nelle strade di terra battuta e pozzanghere di Congress Nagar, il quartiere musulmano a sud del vecchio stabilimento. Il destino loro e del vicinato quella notte tra il 2 e il 3 dicembre fu deciso dal vento che inseguì i fuggitivi verso meridione, con la sua nube carica di isocianato di metile, lo sterminatore di parassiti campestri, implacabile ingrediente di una miscela brevettata dalla Union Carbide col marchio "Sevin".
L'efficacia collaudata sugli insetti nei laboratori della Virginia occidentale diventò evidente, senza microscopio, ingigantita a misura d'uomo in India. Non erano cocciniglie e pidocchi a contorcersi nell'erba e nell'asfissia. Donne, uomini, bambini soffocavano nel loro sangue e nel loro vomito, bruciavano senza fuoco. Minuti, ore, giorni, mesi, anni: l'agonia si rivelò di proporzioni variabili. Proprio quanto le stime del disastro, delle conseguenze e delle responsabilità. E dell'impennata di tumori.
Vent'anni di congetture, che ad Arman, Raju e Ajju non interessano granché: vogliono solamente 555 dollari e spiccioli ciascuno, al più presto. "Perché senza quei soldi non possiamo far nulla" dice Arman, il più loquace del terzetto, accovacciato sul pavimento di casa accanto al padre, Feroz, venditore di farina, che dorme avvolto in una vecchia coperta. Per i loro 1.666 dollari e rotti, i tre ragazzi hanno piani precisi e comuni: "Prima cure mediche private e poi il business". Il business? "Sì, un negozio. O un'altra attività, che ci permetta di farci anche una famiglia". Con una ragazza di Bhopal? "Quelle di fuori sono più sane - parla chiaro Arman, con un guizzo astuto negli occhi -. Molte ragazze qui invecchiano senza un marito. A meno che siano molto belle e molto ricche".

I tre amici riscuoteranno probabilmente i loro soldi prima di compiere i 21 anni, e da quel momento nulla potranno più pretendere o rivendicare per la loro infanzia bruciata e la loro adolescenza rubata al calcio, al cricket, alla scuola: "Siamo cresciuti analfabeti e deboli" apre bocca finalmente il timido Raju. Il quotidiano locale, Sandhya Prakash , pubblica l'elenco dei convocati il giorno dopo in tribunale, per la distribuzione degli assegni di risarcimento: le vendite sono triplicate, come il prezzo del giornale, da due a sei rupie. Dieci centesimi di euro ben spesi per quanti scopriranno di poter incassare, vent'anni dopo, il corrispettivo della loro salute. O dei loro morti: fino a un massimo di 100 mila rupie, 2.222 dollari e 22 centesimi, per un genitore o un figlio perduti. E' la somma riconosciuta a 3.017 vittime. Respinte altre 12 mila richieste.
Non sono pochi soldi, ma si dissolvono subito nelle mani inesperte dei poveri, se arrivano a destinazione. E' già successo con la prima rata, anticipata dal governo indiano tra il 1991 e il '96: "Molti si sono comprati il televisore o sono stati spogliati dagli avvocati" racconta Rachna Dhinagra, portavoce della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal. Ora che la Corte Suprema indiana ha sbloccato i 327 milioni di dollari depositati dalla Union Carbide per 566 mila vittime, si cerca di scongiurare lo sperpero: "Stiamo organizzando gruppi di assistenza finanziaria - annuncia Rachna -, suggeriamo di investire in azioni delle Poste indiane, che rendono il 9 per cento, o di costruire una casa con pannelli a energia solare".
Nata 26 anni fa a Delhi e cresciuta per 21 a Detroit, Rachna ha abbandonato una carriera di consulente informatica in un'azienda americana quando ha scoperto che la sua prima cliente sarebbe stata la Dow Chemicals, il colosso che aveva assorbito la Union Carbide. E' tornata in India e ora lavora alla Sambhavna Gynecological Clinic for Survivors, il Day hospital fondato dallo scrittore Dominique Lapierre con i diritti d'autore dei suoi successi: "La città della gioia", "I mille soli" e, naturalmente, "Mezzanotte e cinque a Bhopal".
Lapierre è arrivato ieri sera, trionfalmente accolto dall'armata di superstiti e attivisti. Le portabandiera sono due cinquantenni, Rashida Bee e Champa Devi Shukla, che hanno brandito minacciosamente le loro scope sotto le sedi della Dow Chemical di mezzo mondo, finché non hanno spuntato i risarcimenti. Contente? "No, vogliamo che i dirigenti della Dow vengano qui, in ginocchio - risponde Rashida -. Ci riusciremo. Devono ripulire la fabbrica abbandonata". Le scorie tossiche sono filtrate nel sottosuolo, hanno raggiunto la falda freatica, che disseta 14 comunità nel raggio di due chilometri: "Ventimila persone si stanno avvelenando giorno dopo giorno", Rachna cita analisi e studi concordi. La battaglia legale continua, come la tosse, come la contaminazione, come le marce e gli scioperi della fame. Perché continua a uccidere anche il killer, evaso a mezzanotte e cinque del 3 dicembre 1984, da un sistema di sicurezza governato al risparmio. Un killer che, da vent'anni, non fa differenza fra uomini e pidocchi.

Elisabetta Rosaspina

EMERGENZA SANITARIA

Secondo un dossier diffuso dal Pime su 40 milioni di sieropositivi 25 sono nel Continente nero. E oggi la lotta è sia contro la diffusione del virus sia contro i pregiudizi

Africa, l'Aids uccide ma non è invincibile
Intere nazioni sono falcidiate dall'Hiv. Ma in diversi Paesi il lavoro di prevenzione e di cura ora dà buoni frutti
Di Paolo M. Alfieri
Una strage di proporzioni immani, che avanza implacabile e silenziosa. Una strage che non fa rumore né notizia, perché chi ne è vittima non ha voce o è troppo distante per farsi ascoltare. Eppure un briciolo di speranza fa breccia nel mare di numeri, ancora terribili, che s'impongono quando si parla di Aids. Su 40 milioni di sieropositivi nel mondo, più di 25 si trovano in Africa, su 3 milioni di morti di Hiv 2,2 sono africani. Qui ogni 14 secondi un bambino resta orfano a causa dell'Aids: nel 2010 saranno 25 milioni. E per loro la sorte è già segnata, anche nel caso in cui siano negativi all'Hiv. Giorno dopo giorno, l'Aids si sta portando via un pezzo del Continente Nero.
Sono numeri, quelli emersi ieri a Milano durante un convegno organizzato dal Pime, che inchiodano la comunità internazionale alle proprie, ineludibili, responsabilità. Sono volti e storie davanti ai quali non agire equivale a sottrarsi al dovere morale imposto dal senso di solidarietà, di fratellanza tra i popoli, di aiuto per il prossimo.
Servono campagne di sensibilizzazione e pratiche sanitarie sicure. Serve, soprattutto, combattere la povertà, perché il legame tra miseria e sviluppo dell'epidemia è, purtroppo, forte e luttuoso. L'Aids genera povertà perché falcidia la forza-lavoro di Paesi in via di sviluppo.
E perché i farmaci anti-retrovirali, in un continente in cui milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno, sono ancora troppo costosi. Così anche l'Aids, in Africa, è inevitabilmente un business dal quale trarre profitti, e la povertà che ne deriva è, a sua volta un fattore determinante nell'espansione dell'epidemia. Redditi bassi o irregolari si accompagnano infatti a ragazze e bambini costretti a prostituirsi per pochi spiccioli, esposti in maniera letale al contagio da Hiv. E poi le inibizioni ancestrali, i pregiudizi, con cui si trovano a lottare tutte le associazioni religiose e laiche che operano nel continente nero. Difficile, ad esempio, informare gli af ricani delle conseguenze connesse ai rapporti sessuali a rischio, se i loro stessi governi hanno negato per anni la causalità diretta tra l'Hiv e l'Aids. Come nello Zambia, o in Sudafrica, dove nella maggior parte dei casi i decessi dei sieropositivi vengono catalogati tra le morti dovute a tubercolosi e polmoniti, in un Paese dove una persona su nove è affetto dall'Hiv.
Per questo hanno fatto fragore, due mesi fa, le parole di Nelson Mandela. Commosso, certo, ma forte nel rivelare al mondo che suo figlio Makgatho era morto proprio di Aids. Che non è invincibile, né necessariamente fatale. Lo dimostrano i successi delle terapie di prevenzione dirette alle donne in stato di gravidanza, grazie alle quali è stato possibile ridurre dal 25 all'8% la trasmissione del virus da madre a figlio. Lo dimostra il caso dell'Uganda, dove oramai da un decennio a questa parte le cure e le campagne di prevenzione sono riuscite a far calare, lentamente ma in modo costante, il tasso di infezione dell'Hiv dal 16 al 6% della popolazione.
"Per l'Africa servono rispetto e solidarietà", ha dichiarato nei giorni scorsi Tony Blair. La Commissione per l'Africa sponsorizzata dallo stesso premier britannico ha calcolato una spesa pari a 2 miliardi di dollari per i programmi di cura e prevenzione diretti in particolare ai bambini. Ancora una goccia, certo, ma comunque un primo segnale di un impegno nuovo per il futuro di un intero continente.

ESTERI

In Malawi un sieropositivo ogni dieci abitanti
Tra gli orfani nel Paese dell'Aids
Niente letti negli ospedali, i bambini curati a terra

DAL NOSTRO INVIATO
BLANTYRE (Malawi)- La strada che va alla chiesa ha molte buche ma almeno gode, con solo altri 5.254 chilometri in Malawi, di un velo di asfalto, il resto del Paese africano è percorso da una ragnatela di 28.400 chilometri di rossi sentieri, infidi in questa stagione di pioggia. I veicoli corrono irrequieti, ma il vero traffico si svolge lento sulla mulattiera. A piedi nudi, zuppi per gli acquazzoni, tenuti per mano dalle sorelle maggiori che guardano preoccupate i camioncini carichi di braccianti, i bambini vanno a messa. Hanno l'abito della festa, tele lise con i cuoricini, colletti lavati in capanne di fango e rami senza acqua, rammendati dalla nonna, pur di non sfigurare. Qualcuno sfoggia sandaletti infradito da spiaggia rovinati dai sassi, pochi scarpe blu da bambina.

Blantyre, una madre con un bimbo "Sono orfani, come loro ce n'è almeno un milione in un Paese che conta undici milioni di abitanti, la metà sotto i 15 anni", spiega Aida Girma, bellissima rappresentante dell'Onu in Malawi. E' l'Aids a disperdere le famiglie, i "mudzi", gli antichi villaggi, i "madambo", le comunità sorte lungo i corsi d'acqua, a sterminare le città e a mettere a rischio il Paese, tra i più poveri del pianeta. Bizwick Mwale, direttore del Nac, Commissione Nazionale Aids, guarda fuori dal suo ufficio, un cubo di vetro che domina prepotente la piana dove i mezzadri si spezzano la schiena zappando e all' orizzonte non c'è un trattore: "Piove. Tempo da Scozia, mi ricorda gli studi di medicina al college di St. Andrew's, dove hanno inventato il golf. Sono stati i missionari scozzesi a battezzare Blantyre in onore della città
natale del dottor Livingstone, il famoso esploratore. Qui giocano in pochi, si fatica a mangiare. I numeri dell'epidemia Aids? 40 milioni di infetti nel mondo, in Africa 28 milioni, due milioni e 300.000 morti nel 2003, di cui 87.000 in Malawi. Abbiamo 900.000 sieropositivi, uno su dieci cittadini".
E' giovane il dottor Mwale, ma non ha più voglia di sorridere. Secondo Aida Girma gli orfani in strada "potrebbero essere fino a un milione e mezzo" e il loro destino è segnato. Se il padre muore di Aids, la madre, per costume tribale, va in dote al cognato. Il contagio cambia di letto e passa alla cognata, ma lo zio- padre adottivo non paga più l'euro all'anno dovuto per la scuola. Agli orfani resta la fatica dei campi, il tabacco verdissimo, la candida tapioca, il mais dolce, le patate saporite, le noci aromatiche, le capre da pascolare. Se la famiglia è generosa e non li ritira dalle aule poco cambia. C'è un banco ogni sei scolari, un maestro ogni 80 bambini: "I professori muoiono in fretta, non riusciamo a diplomarne di nuovi - dice corrugando la fronte il ministro della Sanità Hetherwick Ntaba, chirurgo costretto a fronteggiare il male senza risorse -: a scuola spesso si canta un inno e basta, i bambini si arrampicano sugli alberi. Al ministero vediamo le scrivanie svuotarsi, in un mese scompaiono anche 30 funzionari. Muore un esperto di acque potabili e lo rimpiazziamo con uno studentino. Pochi giorni e scompare anche lui".Gli orfani che vanno in chiesa in fila non hanno perso il sorriso, giocano a saltare le tombe, finto marmo, un cippo a piramide, la cornice laterale, la lastra di copertura. Le vedete una dopo l'altra, la donna che vende banane perché l'orto non le basta per i troppi bambini e spera di pagare la tassa scolastica e le medicine le affianca umile, l'ambulante con i caricatori per i cellulari (135.000 contro 85.000 telefoni fissi) le guarda assorto, il ragazzo che allinea il "matemba", pesciolini seccati e impolverati di sabbia, tenta di ignorarle. I bambini, come in un'allegra Totentanze , la danza della morte medievale, le scavalcano a piè pari, ridono e vanno. L'Aids miete 238 morti al giorno, senza che la malaria ceda il record macabro di maggiore killer del Paese. Dieci anni fa in Malawi si viveva in media fino a 48 anni, oggi ci si aspetta di vivere solo 37 anni, poco più degli schiavi in America ai tempi delle piantagioni. Possibile però che la tragedia porti a seppellire i morti ai lati della strada più battuta? No, i sepolcri sono vuoti, in vendita. La via per la chiesa è un supermarket all' aperto, dove i parenti dei defunti contrattano in fretta un cippo e provvedono alla sepoltura. Don Mario, energico sacerdote di origine bergamasca, conferma: "Ho una cooperativa di 600 ragazzi, qui nessuno ha lavoro, sono poco più che bambini, li tengo occupati. Ci siamo messi a costruire bare per caso, e subito è stato un boom".Quando l'asfalto finisce e la pista in argilla rossa si allaga d'acqua, solo i bambini restano a offrire una minuscola arca di Noè intagliata in legno, un ciottolo lucente, un cestino intrecciato, non vogliono passare, orgogliosi, per mendicanti, chiedono la carità ma in cambio di qualcosa. I venditori di legna, un quintale di tronchi assicurati all'esile telaio della bici, li superano attenti a non ribaltarsi nella foresta. Il compito del ministro Ntaba è precario come il loro equilibrio. Oggi sono in cura in Malawi 8.000 malati di Aids, appena 50.000 in tutta l'Africa, l'Onu ne vorrebbe 3 milioni. La Comunità di Sant'Egidio, forte dei successi ottenuti nel vicino Mozambico, ne cura da sola 600 e prepara ambiziosi progetti futuri. Save the Children provvede agli orfani con 63 scuole e si appresta a far di più. Médecine sans Frontières ha un ospedale a Thiolo, 25 chilometri a sud di Blantyre: "Le mamme arrivano, muoiono, si lasciano dietro gli orfani".

I 78 ospedali sono scantinati con i letti di metallo rovinato dall'umidità, malati terminali contesi da Aids, tubercolosi e malaria, denutriti cronici.
Salvare le loro vite costa 2.500 "kwacha" in moneta locale, 32 euro a testa, la metà di un paio di jeans. Ma un uomo su due, e due donne su tre sono analfabeti, incapaci di seguire le istruzioni. I malati al Lighthouse, l' ospedale di Lilongwe, capitale del Malawi, interrompono la terapia, ricadono e si riducono a scheletri (Sant'Egidio ha record perfetti, seguendo ogni ammalato a vista). All'ospedale di Kasungu 400 malati si contendono 179 letti. Nel reparto pediatria, 101 bambini hanno a disposizione 13 letti, il resto sono sacchi in terra. Il morbo ha massacrato medici e infermieri, chi può emigra in Inghilterra. Un infermiere bada a 60 malati, salario mensile 10 euro. Un anziano prelato cattolico confida amareggiato: "Ho visto ordinare dodici preti e già dieci sono morti di Aids". Che fare? Lester Namatakha, direttore del programma bambini di Save the Children, parla di "adottare a distanza le comunità, il mondo sviluppato deve capire che non si
salvano i bambini uno per uno, occorre battere povertà, ignoranza, epidemia nei villaggi".
Adesso la processione dei bambini è quasi arrivata alla chiesa, alcuni indosseranno la cotta viola con colletto bianco da chierichetto, le bambine con i grembiulini umidi siederanno a destra dell'altare. La strada è insidiosa, "molte tribù credono che facendo l'amore con una vergine il "sangue veloce" delle ragazze guarisca dal contagio che il "sangue lento" delle donne diffonde: in Malawi e in Sud Africa questa atroce leggenda porta allo stupro di tante bambine. E la violenza è consumata anche in famiglia, nel silenzio", racconta il dottor Mwale, fissando il cocktail di gazosa colorata di zenzero. Quando la povertà rapisce le adolescenti dalla strada della chiesa, l'appuntamento è al bar Panorama, fuori Blantyre. Un bar ben fornito, le casse con la musica reggae, ogni ragazza costa 750 kwacha con il profilattico, 1.500 senza, allo stesso prezzo i bambini vendono l'Arca di Noè in legno con le coppie di animali intagliati.E' ancora possibile salvare il Malawi dal diluvio Aids. Il metodo "ABC" (Astinenza, Basta un solo partner, Contraccettivi anticontagio) ha portato l 'Uganda dal 18% di casi al 6%, con l'alleanza di chiese, moschee e volontari laici. L'Inghilterra ha stanziato la scorsa settimana 100 milioni di dollari per reclutare nuovo personale sanitario, il ministro Ntabe sogna ora di curare 80.000 pazienti. Richard Feachem, direttore del Fondo Globale per l' Aids, non ha dubbi: "Il Malawi è il Paese chiave nella lotta mondiale all'
Aids, se lo fermiamo qui, tutta l'Africa reagirà". Ignari di essere in prima linea, i bambini della chiesa offrono diligenti il loro nichelino alla cassetta di latta delle offerte. La predica è in chichewa , l'antica lingua indigena, e non capisco nulla, ma mi piace pensare che parli dell'obolo della vedova del Vangelo, che come i miei piccoli vicini di panca offre il poco che ha ed è dunque cara al Cielo.
Gianni Riotta

FARMACI CONTRO HIV ANCHE PER COMBATTERE MALARIA

(ANSA) SYDNEY, 11 NOV I farmaci retrovirali usati per trattare l'Hiv/Aids si sono dimostrati efficaci anche contro il letale parassita della malaria, di cui e' portatrice la zanzara anofele. Un'equipe di scienziati dell'Istituto di ricerca medica del Queensland, in Australia, ha scoperto un legame fra i farmaci, che agiscono su un particolare recettore sulla superficie delle cellule umane, ed il parassita, un protozoo del genere Plasmodium.
''Ci siamo accorti che parassiti della malaria si attaccano allo stesso recettore, e che quindi i retrovirali possono avere un effetto diretto contro la loro crescita'', ha dichiarato Kathy Andrews, che guida la ricerca. E gli esperimenti condotti in vitro su topi di laboratorio lo hanno confermato: tre dei farmaci inibitori dell'Hiv hanno bloccato la diffusione dei parassiti della malaria.
La scoperta si dimostrera' particolarmente utile nell'Africa sub-sahariana, dove sono molto alti i tassi di infezione sia di Hiv che di malaria. ''Il problema della coinfezione diventa sempre piu' evidente con il tempo afferma la studiosa al punto che non possiamo piu' guardare ad una particolare infezione come entita' isolata''.
L'Hiv/Aids uccide circa tre milioni di persone nel mondo ogni anno, mentre la malaria fa ammalare gravemente piu' di 300 milioni, causando circa un milione di morti. I medici sono alla ricerca disperata di nuove maniere per prevenire e trattare la malaria, dopo che i suoi parassiti hanno cominciare a sviluppare resistenza a farmaci correnti.
''La buona notizia e' che i retrovirali sono gia' approvati dalle autorita' sanitarie ed in uso corrente, quindi non ci vorra' molto prima di poter sperimentare sull'uomo la loro efficacia contro la malaria'', spiega Andrews. Dato pero' che i farmaci contro l'Hiv causano effetti collaterali significativi, il passo successivo sara' di disegnare un nuovo farmaco, dalla stessa categoria di retrovirali, per combattere solamente la malaria. (ANSA).

"CON L'ISLAM SIAMO ALLA RESA DEI CONTI"

Politica e Chiesa hanno abdicato: in Europa lo scontro è vicino
di Renato Farina (da Libero di Domenica 21 Novembre 2004)

L'omicidio rituale di Theo Van Gogh, sgozzato nel centro di Amsterdam.
L'orrore ha
generato risposte diverse.
Ce n'è stata una civile, e questo nostro dialogo vorrebbe situarsi a
questo livello.
Ma c'è stata anche la reazione di chi nel Nord Europa ha assaltato le moschee.
Ne ho tratto questa convinzione.
Il fronte è l'Iraq. Ma la prima linea di lungo periodo è
l'Europa, casa nostra. Sei d'accordo, Magdi?

"D'accordo, d'accordissimo.
Siamo però in pochi a rendercene conto.
La reazione più grave di tutte
è la sottovalutazione di questi fatti ad opera della politica e degli intellettuali.
Anche le autorità
della Chiesa, spesso non capiscono. . .".
(Magdi Allam è tra i massimi esperti al mondo di fondamentalismo islamico e di terrorismo della
stessa pasta. Preferisce però si dica di lui: conosce e ama l'Islam, sua madre riposa in un cimitero
musulmano; è italiano, si riconosce da islamico nella cultura occidentale e dunque cristiana.

Scrive
per il Corriere della Sera, dove è stato fortemente voluto dal direttore Stefano Folli.
Non è facile
parlare con Magdi. Una siepe di uomini lo protegge giorno e notte).

Della Chiesa e dei cardinali parliamo dopo. Prova a definire il contesto di questa guerra
interna all'Europa.

"Ci stiamo approssimando alla resa dei conti. Due crisi di identità si fronteggiano. Quella
occidentale è entrata in crisi con il crollo del muro di Berlino. La fine della contrapposizione
ideologica ha svelato una nudità delle anime occidentali".

Come se non ci fosse più un senso della vita.
"Certo. La religione si è rivelata un'impalcatura vuota. E i riferimenti culturali fumosi.
E quello che
tu, su Libero, hai chiamato nichilismo gaio".

Citavo Augusto Del Noce, e la sua critica a questa nostra vita vuota. Durava da tanti anni. Il
poeta Eliot ne parlò così: "Siamo gli uomini vuoti, siamo gli uomini impagliati".
"Contemporaneamente, in modo speculare e simmetrico il mondo islamico ha attraversato una crisi
di segno opposto. Aveva sconfitto i sovietici in Afghanistan. Ha immaginato di eliminare l'altro
male: l'Occidente. C'è stata un'involuzione in doppia direzione: una terroristica, un'altra più
subdola, che vuole islamizzare l'Occidente, tenendo la carta della violenza esplicita come riserva.

Tutto questo è cominciato - ci tengo a sottolinearlo - assai prima dell'11 settembre, è nato alla fine
degli anni 70.
La deriva terroristica ha trovato una forma compiuta e il suo manifesto organico
allorché, nel giugno del 1998, Osama Bin Laden ha battezzato (anche se mi rendo conto
dell'improprietà dell'espressione...) il Fronte Internazionale Islamico per la guerra santa contro
ebrei e crociati. Due crisi dunque".

Quella occidentale capisco sia tale: ed è una specie di frana, un'implosione. Ma quella
islamica, più che crisi, mi sembra troppa salute.

"Qui si tratta di intendersi su cosa sia l'Islam. L'Islam della mia esperienza non è questo! Io ho
imparato da mia madre la fraternità, la solidarietà sociale forte, il rapporto diretto con Dio, senza
bisogno di clero. Il fondamentalismo è segno di una crisi profonda. Il suo risorgere va legato alla
sconfitta araba subita da Israele nel '67. Tramontata l'utopia del panarabismo, queste forze radicali
hanno investito sul panislamismo. I suoi momenti salienti sono stati la vittoria khomeinista nel
febbraio del '79, l'assassinio del presidente egiziano Sadat nell'81...".

Non capivamo nulla. Ricordo nella tipografia del mio giornale la festa dell'uomo delle pulizie,
un egiziano immigrato. Mi disse: vedrete, vedrete...

"Certo. I fondamentalisti pensavano di prendere il potere all'interno dei singoli stati arabi e islamici
e poi di tracimare in Occidente. In Egitto ci provano eliminando il leader, in Algeria usando la
democrazia in vista della sua negazione. Bloccato il tentativo, sono passati al terrorismo puro e
semplice. Questa è la lezione: la radice del terrorismo è l'Islam adoperato come ideologia per il
potere".

Da una parte tu neghi che sia il vero Islam. Poi sei il più duro di tutti con gli imam gentili, i
quali stringono la mano dei cardinali, assicurando che sono per il dialogo e contro il
terrorismo.
Come il caso di Milano.
Il cardinale Tettamanzi (in assoluta retta coscienza,
ovvio) ha spedito una lettera per la fine del Ramadan ed è stata letta e fatta propria da un
emiro che sta dalla parte dei fondamentalisti algerini... L'ha pure intervistato la Rai...

"L'Islam che in Italia ha preso il possesso di quasi tutte le moschee è di questa stoffa subdola.
Accettano le regole della democrazia per occupare il territorio...".

Come in guerra. La loro guerra è questa.

"Certo. In Occidente pretendono il dominio della comunità musulmana. E il modo per averlo è
esattamente questa legittimazione fornitagli dalle autorità ecclesiastiche e civili. Io mi batto per
farlo capire, ma non ci riesco. Magari tu sei cattolico, e ti ascoltano".

Mi scomunicano, altro che, mi sono già arrivati avvertimenti.

"E sbagliato, queste persone hanno lo stesso obiettivo dei terroristi. Vogliono uno stato islamico.
Gli uni con la violenza, gli altri dal basso. L'occidente si crede colto, ma è ignorante. I prelati sono
portati a scegliere come interlocutore qualcuno che gli rassomigli, dimenticando che nell'Islam non
esiste un clero. Quelli che si spacciano per tali, compiono un'usurpazione dottrinale".

Che fare allora per impedire che questa guerra già dichiarata e in corso esploda
tragicamente? Tu hai scritto che bisogna prendere atto del fallimento di due modelli di
convivenza, il multiculturalismo e l'assimilazionismo.

"Confermo. Sono insostenibili. Il multiculturalismo è il modello nordeuropeo. Si basa sulla certezza
che sia possibile convivere pacificamente, nello stesso spazio sociale e giuridico, mantenendo
identità e idee di cittadinanza diverse. Ancora prima dell'assassinio di Van Gogh, l'ideologo del
multiculturalismo britannico, Trevor Philipps, caraibico, nero, sociologo raffinato, ha fatto marcia
indietro. Il multiculturalismo ha creato ghetti spaventosi. Quartieri di pachistani islamici, di indiani
indù, di musulmani somali. Ha sfilacciato la società, ne causa l'esplosione".

Nel multiculturalismo ciascuno ritiene di essere depositario di un Codice morale assoluto. Van
Gogh ha offeso la mia identità ed io la faccio valere: essa ordina l'eliminazione del blasfemo.

"Proprio così. E' interessante notare come l'assassino di Van Gogh sia un olandese di origine
marocchina. Non è tanto l'immigrazione la questione dirompente, almeno nel Nord Europa, quanto
l'emergere di cittadini ai quali non è stato chiesto di riconoscersi in una comune civiltà, in valori
decisivi quali la libertà e la tolleranza, la sacralità della vita singola. No, a loro è stato detto:
ciascuno ha diritto di vivere secondo la propria identità e cultura, ritenendosi tranquillamente
europeo".

L'Europa come guscio vuoto.

"Abbiamo sbagliato tutto. La società olandese e quella belga sono fragilissime. Quando manca
questa unità, allora nascono le reazioni di presunti fronti cristiani. E' una reazione esecrabile e
devastante".

L'assimilazionismo è invece francese...

"Certo. Impone a ciascuno di rinunciare alla propria identità religiosa e culturale per aderire a un
patriottismo che coincide col laicismo. Insopportabile, nefasto. Non è possibile
un'omogeneizzazione, gli uomini si ribellano".

C'è il modello americano: il meticciato. Una cultura dominante, quella cristiana, sa assorbire
e lasciarsi modificare da apporti diversi. Potrebbe essere questo il modello italiano?

"In Italia non si è scelto nessun modello. Si reagisce in modo passivo alle emergenze. E la logica
delle sanatorie. Oggi gli stranieri sono circa 3 milioni e mezzo, di essi un terzo musulmani. Da noi
c'è solo il modello umanitarista del volontariato".

Per evitare la guerra in Italia, che cosa proponi?

"Lo propongo per tutto l'Occidente: una riscossa. Dopo l'età del vuoto, è il caso di riscoprire cosa
costituisce la tradizione di questo popolo occidentale". (detto da un musulmano.. accidenti che figura ci facciamo!! n.d.r.)

Un amico mi raccontava di avere aperto a Torino una "scuola dei mestieri", pasticceri,
falegnami e così via. Un gruppo di islamici voleva togliere il crocifisso. Ha detto: se lo togliete,
togliete me, il motivo per cui abbiamo aperto questa scuola e voi potete studiare. Quelli si sono
arresi: non ha contrapposto un'ideologia, ma la sua vita.

"Proprio così! Se l'Occidente non riscopre l'amabilità della sua vita buona, è finita per i cristiani e
per gli islamici come me".

Che fare?

"Partiamo dal buon senso, e da un punto fermo: nessuna deroga al rispetto delle leggi, ai valori
percepiti come fondamentali dalla società. Un'identità forte dello Stato, a livello istituzionale. Sul
piano religioso, forte riferimento identitario del cattolicesimo. Su quello culturale, la necessità di
imparare la lingua italiana".

Tu pensi che la cultura cristiana sia baluardo di libertà per tutti.

"Certo. Dev'essere dominante ma non dominatrice. Allo stesso tempo è necessaria la ferma
repressione di chi rema contro, chi costruisce nelle moschee e nei centri culturali islamici uno Stato
teocratico nel nostro Stato. Dobbiamo bonificare quei terreni sia fisici sia mentali oggi terreno di
cultura del radicalismo islamico: moschee, banche islamiche, associazioni caritatevoli, scuole".

Chiuderle?

"No. Vanno riscattate alla legalità, trasformate da centri di potere politico a luoghi di preghiera,
togliere le moschee a chi le usa per potere e darle per pregare".

Scusa. Ma perché non lo fate voi islamici antifondamentalisti questo lavoro, visto che siete la
maggioranza, tu dici addirittura quasi il 90 per cento.

"Hai ragione. Finora, si è preferito non avere casini. Non è facile per una famiglia islamica
tranquilla uscire alla luce del sole: si rischia, e di brutto. Ma ora abbiamo il dovere di esporci. Però
per favore dovete essere nostri alleati. Questa maggioranza di musulmani va salvaguardata e
consolidata, bisogna darle visibilità mediatica".

Posso essere scettico? Ho amici islamici come te. Ma non vedo dietro di loro il popolo, che
segue invece gli imam.

"Siamo minacciati. Per favore evitate di ridicolizzarci".

Daresti il voto agli immigrati?

"Per me il diritto di voto coincide con la cittadinanza. Ed essa non deve essere esito burocratico, ma
la maniera in cui ci si riconosce in una società dove i valori comuni sono forti e cristiani".

Questa guerra si vince se si ha il coraggio della nostra identità?

"Bisogna essere durissimi, possono esserci identità diverse, ma bisogna scegliere. O la civiltà o la
barbarie".
fine intervista!

Di seguito è riportato un modo diverso di vedere quello che sta accadendo a proposito del dollaro e dell'euro. Il più delle volte, il modo migliore per tentare di capire questioni di tipo monetario è di analizzarle più volte secondo diverse angolazioni.

"Fate finta di essere sommersi dai debiti ma ogni giorno fate assegni per milioni di dollari che non avete: l'ennesima auto di lusso, una casa di vacanze sulla spiaggia, il giro attorno al mondo che avete sempre sognato. I vostri assegni non dovrebbero valere niente ma continuano a permettervi di comperare cose perché i vostri assegni non arrivano mai in banca! Avete un accordo con i proprietari di una cosa che tutti vogliono, per esempio benzina o metano, e secondo quest'accordo loro sono tenuti ad accettare solo i vostri assegni come pagamento. Ciò significa che tutti devono fare incetta dei vostri assegni così possono usarli anche per comperare altre cose. Staccate un assegno per comperare un televisore, il proprietario del negozio scambia il vostro assegno con benzina o metano; quell'esercente lo usa per acquistare della verdura dal fruttivendolo, il fruttivendolo lo passa per comperare pane, il fornaio lo usa per comperare la farina e così di seguito, senza fermarsi, ma non ritorna mai alla banca. Avete un debito nei libri contabili, ma finché l'assegno non arriva alla banca, non dovete pagare. In realtà, avete avuto il televisore per niente. Questa è la posizione di cui gli USA hanno goduto per oltre 30 anni: hanno sfruttato il commercio mondiale per tutto questo tempo. Hanno ricevuto un enorme sussidio da tutti quanti. Poiché il debito ha continuato a crescere, hanno dovuto emettere più soldi (staccare più assegni) per continuare a fare affari. Non c'è da stupirsi se è una potenza economica. Finché un giorno, un benzinaio dice che accetterà anche gli assegni di qualcun altro; altri pensano che potrebbe essere una buona idea. Se la tendenza prende piede, non ci sarà più la corsa ai vostri assegni che fileranno dritti diritti in banca. Visto che in banca non avete abbastanza soldi per onorare tutti gli assegni, vi ritroverete immersi nei guai fino al collo! I dollari emessi dagli Stati Uniti, gli "assegni" staccati, inizieranno a essere presentati per il pagamento, grattando via l'illusione di valore che li sosteneva. La situazione economica reale degli Stati Uniti naviga in acque profonde; sono la nazione più indebitata della terra, devono pagare circa 12.000 dollari per ogni singolo individuo dei suoi 280 milioni di uomini, donne e bambini. Si trovano in una posizione peggiore dell'Indonesia quando un paio di anni fa implose economicamente, o in quella più recente dell'Argentina".
Attenti alle manifestazioni di panico
A questo punto non ci vuole molta fantasia per capire che il petrolio quotato in euro è molto più pericoloso per gli Stati Uniti di tutte le armi di distruzione di massa magicamente svanite che, a quel che si dice, Saddam sarebbe stato sul punto di usare contro gli americani. Alla luce di questi fatti, molti europei sostengono animatamente che la "vera" ragione che ha spinto Bush a invadere l'Iraq è il petrolio. Chi può dire che si sbagliano? Bush, l'erede di una dinastia di petrolieri? Cheney, la cui ricchezza personale deriva dal petrolio? Come non può essere per il petrolio? L'occupazione di Baghdad farà sì che l' Iraq ritorni a usare il dollaro. Un giunta irachena "democraticamente" formata e appoggiata dall'America permetterebbe agli Stati Uniti di infischiarsene della produzione dell'OPEC e del cartello per i prezzi del petrolio. Poiché l'Iraq possiede la seconda riserva di petrolio del mondo ed è in grado, con ulteriori investimenti, di pompare circa 7 milioni di barili di petrolio al giorno, l'Iraq è secondo solo all' Arabia Saudita come bene immobiliare più prezioso del mondo. Gli Stati Uniti possono incrementare la produzione di petrolio dell'Iraq a livelli che vanno ben oltre le quote dell'OPEC e far scendere i prezzi a livello mondiale. Oppure, possono quotare i prezzi del petrolio in dollari e sostenere il valore del "petrodollaro" per molti anni a prescindere dall'euro. Prima dell'invasione, la situazione in Iraq era la seguente: l'Iraq aveva iniziato a vendere petrolio in euro in novembre 2000 quando l'euro valeva circa 82 centesimi. All'epoca, questa decisione fu considerata un insolito atto di provocazione politica, ma in realtà fu un'astuta decisione finanziaria. Nel 2001, l'euro guadagnò circa il 25% sul dollaro. Per l'Iraq fu un vero e proprio guadagno finanziario.
L'Iran ha dato segni di voler adottare l'euro come valuta per le contrattazioni del suo petrolio e nel 2003 il Venezuela, un importante produttore di petrolio, sta adottando misure per passare alle quotazioni in euro. Molto probabilmente gli altri paesi dell'OPEC seguiranno lo stesso esempio. Alla conferenza dell'OPEC tenutasi in Spagna il 14 aprile 2002, i paesi membri hanno discusso della possibilità di quotare le varie qualità di greggio. Il controllo degli Stati Uniti sul petrolio iracheno renderebbe vana qualsiasi azione dell'Iran e forse il Venezuela da solo non avrebbe abbastanza influenza sul resto del mondo. Ma se l'intera produzione dell' OPEC fosse quotata in euro, sul dollaro ci sarebbero forti pressioni. A meno che… A meno che la dinastia saudita, che a quanto si dice possiede azioni statunitensi per un valore di circa mille miliardi di dollari e le riserve di petrolio più grandi del mondo, mantenga i suoi prezzi in dollari insieme all'Iraq. È questo che ha in mente la Fazione imperiale? È questo che in realtà aveva in mente Osama bin Laden? L'Arabia Saudita, allora, è l'obiettivo finale di al-Qaeda, movimento in gran parte controllato dai radicali sauditi? In maggio 2004, l'Unione Europea si allargherà ad altri 10 paesi. In quel momento, l'Unione consumerà circa il 33 percento in più di petrolio degli Stati Uniti. Al fine di stabilire rapporti commerciali reciproci, gli europei potrebbero esercitare sempre maggiori pressioni sull'OPEC per commerciare in euro. Visto che l'area euro sarà il maggiore cliente dell'OPEC con la valuta più stabile e più apprezzata del mondo, molte delle nazioni dell'OPEC troveranno la proposta allettante. Se l'OPEC, o anche solo alcuni dei paesi membri, dovessero passare all'euro per le transazioni petrolifere, ci sarebbe un cambiamento alquanto veloce dei valori relativi del dollaro e dell'euro, a prescindere dagli eventi che si sono verificati da allora ad adesso. Se la Fazione imperiale dovesse lasciarsi sfuggire dalle mani il controllo sul petrolio saudita e iracheno, cosa altamente possibile, prima o poi il dollaro crollerebbe. In sostanza, le nazioni consumatrici di petrolio eliminerebbero pian piano i dollari dalle riserve della banca centrale per sostituirli con gli euro. Secondo alcuni analisti il dollaro potrebbe subire un ribasso anche del 40 percento in un anno se tutti i paesi dell'OPEC decidessero contemporaneamente di quotare i prezzi in euro

 

LA CULTURA DEL NIENTE

La sicurezza è solo una parola evocativa di un bisogno legato a un istinto, è una metafora per declinare l’idealismo surreale che ondivago c’è nella nostra quotidianità o sicurezza è sinonimo di paura, quella che si siano sfaldati i principi sui quali si è perso il meccanismo millenario della ricerca di un riscatto equo della vita stessa? La sicurezza è una parola un po’ perdente perché se vuol dire la certezza di essere sicuri, quindi certi della tutela e dei suoi sistemi per ottenerla, oggi più che mai essendosi frantumato nella demagogia dell’estremismo dell’idealizzazione esistenziale, le regole per lo meno parziali che l’hanno tutelata sono venute meno.
La casa, il giardino, i suoi recinti, i suoi cortili e poi i negozi e poi le strade, le piazze, il patrimonio pubblico e privato fino alla vita stessa, fino a coloro che le regole dell’organizzazione sociale hanno disposto come custodi, ebbene tutto ciò è svanito in alcuni anni, in pochissimi cicli di vita. Si muore falciati per le strade, si muore bambini per mano degli stessi adulti, si muore attraversando le strade garbati e fiduciosi nelle regolatissime strisce bianche, si muore per poco, per niente, si muore per la distrazione degli altri, si muore per inciviltà, incuria, per mantenere ideali astratti di un perdono disconosciuto, arrogante, velleitario. Sono vittime gli anziani che appartengono ad un’idea antica delle relazioni, dell’idea della casa e delle istituzioni. Sono vittime le donne giovani, distratte dal narcisismo, da una visione tragica del sentimento, strette in un corpo riscattato, ma violato e reso pericoloso dall’ambiguità dell’amore e del sesso. Sono vittime le persone oneste, quelle che credono nelle regole, nell’esteriorità dei buoni comportamenti, vittime delle truffe, del raggiro, del ricatto, vittime dell’ignoranza sulla verità del comportamento umano così diffusamente truffaldino.
C’è in giro oramai una cultura del niente, senza regole, senza un’idea di chi tutela chi e cosa, c’è l’anarchia di noi stessi e delle idee, sempre più bisognose di vivere nell’immaginazione esenti dalla verità. Il rispetto delle norme, delle regole, delle leggi, è stato un’ideale, un’aspirazione dell’umanità per consentire un minimo di tutela della crudeltà, dal dominio del più forte sul più debole.
Oggi nessuno può più usare la parola sicurezza senza essere obsoleto o demagogico, e non se ne abbiano a male tutti coloro che si battono per darle ancora un futuro, ma la sicurezza è troppo lontana dalla scomposizione dei comportamenti sociali che legittimano la criminalità e l’illegalità. Cosa dire dell’ergastolano liberato, del pluricondannato, della facilità con cui crediamo nella capacità autoredentiva dell’uomo. La demagogia delle nostre leggi in cui nessuno più crede è il luogo tragico della sconfitta della sicurezza e della perdita del suo valore sociale.
Il crimine fa parte di chi lo compie e la criminalità è un sistema di vita e di valori, e per la demagogia sul concetto di umanità si sta costruendo sull’onestà un baratro infinito. Non ci sono responsabili visibili se non la superficialità con cui promuoviamo un’idea inesistente dell’uomo, la superficialità, l’incoerenza tra ciò che vogliamo e tra ciò che siamo.

Vera Slepoj

MOZAMBICO: LA PACE POSSIBILE NEL CONTINENTE AFRICANO

- Intervista con Aldo Ajello -

Il caso del Mozambico dimostra che, anche in Africa, è possibile promuovere la pace e lo sviluppo. Nei giorni scorsi, si è svolta a Roma una conferenza promossa dalle Nazioni Unite e dalla Cooperazione Italiana incentrata sulla situazione in Mozambico, Balcani e Afghanistan. Proprio la realtà mozambicana ha catalizzato maggiormente l'attenzione. A dodici anni dagli Accordi di pace - siglati a Roma dopo una sanguinosa guerra civile - il Paese africano prosegue, infatti, sulla strada dello sviluppo sociale, nella difesa e promozione dei diritti umani. Un successo a cui ha contribuito notevolmente la Comunità di Sant'Egidio, ma che, purtroppo, resta un caso isolato nel difficile panorama africano. Alessandro Gisotti ne ha parlato con Aldo Ajello, attuale rappresentante dell'Unione Europea per la Regione dei Grandi Laghi, che all'epoca degli Accordi di pace svolse un ruolo determinante in qualità di Rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Mozambico:

R. - Ci sono alcune modalità del processo di pace che abbiamo seguito in Mozambico e che potrebbero proficuamente essere utilizzate in altre situazioni analoghe in Africa e che per il momento non lo sono. Il modello mozambicano ci ha portato ad un successo non solo sul momento ma ad un successo consolidato se consideriamo che da dieci anni ormai il Mozambico è in pace, ha avuto già due elezioni presidenziali e si accinge a fare la terza.

D. - In Mozambico c'è stato un successo delle Nazioni Unite, della Comunità internazionale. Grande anche il ruolo delle organizzazioni non governative. Uno pensa subito alla Comunità di Sant'Egidio, quindi alla società civile. Insomma una sinergia che ha funzionato?

R. - C'è una formula negoziale nuova, che è stata sperimentata proficuamente una volta e ahimé non ripetuta, che è quella di un governo - il governo italiano nella fattispecie - che si è offerto di fare da mediatore in un processo di pace difficile come quello mozambicano e l'ha fatto
congiuntamente con un organismo non governativo - la comunità di Sant' gidio - creando questa sinergia, durata due anni, in cui ha sempre
funzionato costantemente. Alla fine di questo processo quello che è venuto fuori è un accordo di pace, nel quale i problemi seri non erano stati accantonati, come si fa frequentemente in questo tipo di negoziati.

D. - Ecco, guardiamo al suo impegno diretto oggi: dopo il Mozambico, un successo, una situazione quanto mai difficile, complessa anche quella dei Grandi Laghi.

R. - Un esempio,abbastanza importante, è la questione della smobilitazione delle forze armate regolari ed irregolari, che nel caso del Mozambico abbiamo fatto in sei-sette mesi. Prendiamo il caso adesso della regione dei Grandi Laghi dove si è fatto un gigantesco progetto regionale che è stato affidato alla Banca Mondiale. La Banca Mondiale è un'eccellente organizzazione di sviluppo senza esperienza alcuna per quello che riguarda le operazioni di peace-keeping, di mantenimento della pace. Si è creata una gigantesca burocrazia che avrà enormi difficoltà a funzionare. Siamo in presenza di una cultura dello sviluppo, di una cultura dell'umanitario, ma non abbiamo una cultura del peace-keeping.

D. - Quindi si può dire che la condizione preliminare non solo per il Mozambico,dove è riuscito, è la sicurezza?

R. - L'idea di fare lo sviluppo senza avere stabilità e sicurezza non significa niente. Bisogna avere il coraggio di modificare le priorità dello
sviluppo. La lotta contro la povertà, ecc., tutte cose assolutamente corrette, ma al tempo stesso abbiamo avuto una riluttanza profonda ad
occuparci di problemi militari. Se noi non abbiamo il coraggio di rivedere le nostre priorità e di dire a questo punto la cosa essenziale è la riforma del settore sicurezza, esercito e polizia, allora avremmo creato una struttura che permette di garantire questa stabilità e sicurezza

Se non si sconfigge l'AIDS, l'Africa scomparirà"
La Comunità di Sant'Egidio ottiene grandi successi in Mozambico nella
sua lotta contro l'AIDS

MADRID, venerdì, 4 marzo 2005 ( <http://www.zenit.org/> ZENIT.org- <http://www.agenciaveritas.com/> Veritas).- Jesús Romero è responsabile delle Missioni di Pace della Comunità di Sant'Egidio, che da una decina di anni lavorano per sconfiggere l'AIDS in Mozambico e che, per il successo ottenuto, hanno esteso la loro opera ad altri Paesi africani.Durante gli ultimi quattro anni hanno avviato un progetto che combatte il contagio per via materno-filiale e che Romero spiega in questa intervista.Com'è iniziata questa lotta contro l'AIDS in Africa da parte della Comunità di Sant'Egidio?

J. Romero: Nel 1996, quando sono iniziati ad arrivare gli antiretrovirali, la Comunità di Sant'Egidio si è chiesta come cercare di far sì che i progressi della medicina che si applicavano in Europa e con i quali la malattia poteva arrivare ad essere praticamente cronica ma non necessariamente mortale potessero essere applicati in Africa.Non è giusto, del resto, che una parte del mondo si veda privata dei progressi
della medicina a causa della mancanza di risorse materiali.Da quattro anni portiamo avanti una cura intensiva dell'AIDS con la
terapia antiretrovirale. Ora stiamo estendendo questo progetto sanitario anche al Malawi e alla Guinea Bissau. Il Mozambico è stato il primo
Paese per il fatto che lo conoscevamo bene per aver partecipato alla mediazione per la pace.

Com'è stato il vostro lavoro in questi anni?

J. Romero: E' una lotta difficile, ma dalla quale si possono trarre grandi frutti. Abbiamo iniziato a curare la malattia solo attraverso la
medicazione, vale a dire con quello che sarebbe un sistema europeo, ma ci siamo subito resi conto del fatto che la linea di condotta in Africa
doveva essere un'altra.

Qual è la differenza sostanziale tra l'Europa e l'Africa per quanto riguarda la cura dell'AIDS?

J. Romero: La differenza fondamentale è che in Europa le necessità fondamentali del malato di AIDS sono in generale soddisfatte, intendendo
con questo l'alimentazione, l'assistenza medica, quella familiare, o anche la stessa salute; in Africa la gente che viene nei nostri centri ha una
salute malandata, non si nutre in maniera adeguata.Per questo pensiamo che la lotta contro l'AIDS in Africa debba essere
affrontata da un punto di vista globale della persona, e non soltanto sotto l'aspetto farmacologico. Abbiamo quindi predisposto un approccio
globale alla malattia, per cui ci sono operatori sanitari che visitano i malati in casa loro, c'è un apporto nutrizionale suppletivo,
un'assistenza familiare e ovviamente la fornitura gratuita della terapia.

Tra i vostri criteri c'è il rifiuto del preservativo come mezzo di prevenzione dell'AIDS. Nei vostri centri, infatti, non vengono forniti preservativi. Perché?

J. Romero: Nessuna epidemia nella storia della medicina è stata vinta con la prevenzione. Onestamente, pensiamo che l'unico modo di prevenire sia curare, facilitare la difficile prova e fornire i mezzi per iniziare a curarsi, perché il resto delle misure elaborate fino ad oggi si sono
dimostrate insufficienti o non efficaci.Il problema inizia quando una persona viene con i sintomi dell'HIV. Noi facciamo delle prove e se viene confermata la malattia forniamo direttamente la cura. Quando passano alcuni mesi e la persona recupera peso e torna a svolgere una vita quasi normale, allora iniziano a scomparire le paure ed i tabù nei confronti della malattia ed è la persona stessa che parla agli altri.Varie donne assistite dall'istituzione hanno dato vita ad un'associazione che va per i villaggi spiegando i modi di trasmissione dell'HIV, e sono riuscite a portare i loro compagni alle visite dopo averli convinti che non si tratta di una malattia solo dei bianchi.

Esiste qualche dato nella vostra esperienza di lotta contro l'AIDS in Africa che si possa applicare ai Paesi sviluppati?

J. Romero: Chiamiamo "aderenza" il numero di persone che iniziano la cura e la continuano nel tempo; bene, abbiamo un'aderenza del 95-98%, il che vuol dire che le persone che vengono al nostro centro, che si sentono accompagnate, assistite dal punto di vista medico, sociale,
psicologico, vanno avanti. Questo sarebbe un esempio non solo per l'Europa, ma per il resto del mondo, e un indicatore del fatto che l'AIDS è una malattia che deve essere curata in maniera globale non solo dal punto di vista strettamente medico, farmacologico.

L'AIDS sarà sconfitto?

J. Romero: Il nostro criterio nella terapia in Africa è la somministrazione delle medicine alle mamme in gravidanza e ai neonati, e ci sono già mille bambini nati sani da madri sieropositive. Pensiamo che con una generazione che nasce sana in Africa si garantisca la sopravvivenza di questo continente, perché se non si riesce a curare i malati e a far sì che nascano bambini sani l'Africa scomparirà.Disponiamo inoltre di una banca dati che viene posta al servizio della ricerca e che farà in modo, una volta ottenuto un vaccino, che il Mozambico sia uno dei primi Paesi ad averlo.

Tony Blair: in Africa uno tsunami alla settimana
Articolo pubblicato il: 2005-01-05

«La tragedia dello tsunami è stata provocata dalla natura. La tragedia dell'Africa invece è stata causata dagli sbagli dell'essere umano». Sono parole pesanti quelle di Tony Blair, che è voluto tornare sulla catastrofe umanitaria che colpisce il continente africano. «Ogni settimana in Africa - ha aggiunto il premier britannico - abbiamo l'equivalente di uno tsunami, preventivabile e provocato dall'uomo». Ogni anno nel continente 2,4 milioni di persone muoiono a causa dell'Aids.
E se non bastasse, in questi mesi l'Africa è devastata dalle cavallette. Ieri la Fao ha avvertito che «un'alta vigilanza e intensive operazioni di controllo» sono ancora necessarie. L'Agenzia dell'Onu ricorda che solo nel mese di dicembre 2004 sono stati disinfestati con aerei circa 880 mila ettari in Africa occidentale e nord-occidentale. Ma la piaga, che colpisce tutto il continente, rischia di creare un'altra catastrofe umanitaria.

AIDS: UN GENE DECISIVO PER FERMARE PROGRESSIONE MALATTIA
(ANSA) - ROMA, 10 GEN -

Una singola mutazione genetica potrebbe essere alla base della resistenza al virus Hiv. Lo annuncia un gruppo di scienziati del National Institute of Medical Research di Londra che ha scoperto una differenza genetica cruciale tra l'uomo e le scimmie e pubblicato lo studio sulla rivista Current Biology.
Confrontando il gene Trim 5 alfa nella versione umana e in quella animale, i ricercatori hanno individuato una mutazione che consente, nelle scimmie rhesus, di produrre una proteina capace di bloccare l'infezione. Se il gene umano fosse uguale a quello delle scimmie, ha dichiarato Jonathan Stoye, a capo dell'istituto di ricerca, la piaga dell'Aids, che colpisce nel mondo 40 milioni di persone, probabilmente non esisterebbe.
In esperimenti di laboratorio i ricercatori sono riusciti inserire la proteina prodotta dalle scimmie (e che induce la resistenza all'Hiv) nelle cellule umane, osservando cosi' lo sviluppo di una resistenza al virus dell'Aids.
La scoperta, secondo i ricercatori, potrebbe avere importanti ricadute terapeutiche: la prospettiva e' infatti sviluppare una terapia genica efficace contro l'Aids, indirizzata ai pazienti sieropositivi e basata sull'inserimento del gene modificato all'interno di cellule non ancora infettate dal virus. La terapia impedirebbe ai pazienti sieropositivi di sviluppare l'Aids nella forma conclamata. Secondo gli studiosi sono necessari ulteriori studi sugli animali e sull'uomo per approfondire questa pista di ricerca.(ANSA).